Pagina precedente

Sala 10:
CURTUN ETRUSCA, CORTONA ROMANA

La sala 10 è dedicata alla complessa fase dell’entrata di Cortona nell’orbita della nascente potenza romana.
La progressiva minaccia militare di Roma portò probabilmente alla costruzione o al potenziamento, intorno alla metà del IV secolo a.C., della monumentale cerchia muraria. Che gli scontri fossero in atto da qualche tempo lo testimonia Livio (IX, 37, 12) che ricorda come Cortona con Perugia e Arezzo, a seguito di una sconfitta subita dagli Etruschi presso Perugia, ottennero una tregua di 30 anni dai Romani nel 310 a.C., dopo che Fabio Rulliano si era mosso contro le tre città.
Che i tre centri avessero da tempo avviato fra gruppi gentilizi una serie di alleanze a difesa della nascente minaccia romana, anche a livello di politiche matrimoniali, è cosa certa: donne dei Metelli sono infatti attestate epigraficamente presso aristocratici etruschi perugini, i Vibii Pansae perugini si legheranno probailmente ad esponenti femminili proprietarie della villa di età repubblicana di Ossaia mentre un indizio del legame con i gruppi di potere di Arezzo e di Tarquinia può essere ricavato dalla facilità con cui l’esercito tarquiniese raggiunge il centro aretino, attraversando necessariamente il territorio cortonese, in occasione della rivolta servile del 350 a.c. circa, momento in cui Tarquinia era a capo della lega etrusca, come testimoniato dall’Elogium di Aulo Spurinna sia dai legami matrimoniali paralleli di gentes cortonesi e dei Cilnii di Arezzo con esponenti tarquiniesi.
Successivamente a questa data  Cortona entra nell’orbita romana e si mostra sempre più fedele alla potenza emergente. E’ probabile che certi gruppi di potere poco dopo l’ultima cominciarono ad intessere rapporti con Roma per favorire una transizione priva di urti delle città all’interno del nascente stato romano, garantendosi altresì il mantenimento di proprietà, finanziamenti, stabilità politica garantita dalle armi di Roma.
Non è da escludere comunque che tutto il processo di romanizzazione fu indolore: è probabile che la resistenza di Cortona sia stata pagata, come in altre città (Perugia, Arezzo, Chiusi, Roselli, Volterra) con confische di ager publicus (una parte potrebbe essere ravvisabile nell’area di Centoia), pur se in dimensioni ridotte, e fornitura di soldati. D’altra parte che anche Arezzo avesse ormai avviato un legame di alleanza tra alcuni gruppi aristocratici interni e Roma è testimoniato da una seconda rivolta servile contro i Cilnii nel 302 a.C. (Livio, X, 5, 14) nel corso della quale, non a caso, la pacificazione avviene attraverso l’intervento di polizia non più di una città etrusca ma del dittatore romano Marco Valerio Corvo.
Differente il comportamento di Perugia che di lì a poco romperà la tregua e rischierà di essere presa d’assedio (Livio, IX, 40, 18). A Sentinum, nel 295 a.C., nello scontro finale che mise a confronto il mondo italico costituito da Umbri, Sanniti, Galli, Etruschi e i Romani, Cortona in effetti, non c’è, mentre ci sono ragionevoli indizi per pensare ad una presenza ancora attiva di Perugia e di Arezzo (forse non dei Cilnii), considerato che la successiva tregua stipulata con Volsinii, Perugia ed Arezzo, comporta anche una multa di mezzo milione di assi e il trionfo sui Volsiniesi. Arezzo nel 283 a.C., nella battaglia del lago Vadimone, combattuta tra Roma ed una serie di città etrusche e galli Arezzo è ormai alleata dei Romani; le rapide cadute in successione di Roselle (294 a.C.), Tarquinia (281 a.C.), Volsinii e Vulci (280 a.C.), Cerveteri (273 a..C.) piegate con la forza terminano l’azione di Roma in Etruria, la deduzione ella colonia latina di Cosa nel 273 a.C. e la distruzione e rifondazione di Volsinii con conseguente cacciata della popolazione servile terminano il processo di romanizzazione.
Al passaggio di Annibale i gruppi di potere delle città etrusche, ormai vincolati alla città latina da quasi cento anni, rimangono fedeli a Roma e riescono a controllare anche occhieggiamenti eventuali delle classi inferiori. Cortona in particolare potrebbe avere avuto un ruolo non secondario  nelle operazioni di logistica tese da un lato a creare impedimento al nemico, dall’altro a facilitare il passaggio delle truppe di Flaminio ed a trarre in salvo i superstiti: forse alcune gentes, in tali situazione, più di tutti i Cusu, i Petkes, i Perkna e i Metelis, che erano proprietari della fascia di terreno interessati dal passaggio delle truppe, operarono più e meglio di tutti e forse si fregiarono di atti di valore. Le fonti in questo senso sono contraddittorie: Livio non nomina Cortona fra le genti che vennero in soccorso di Roma contro Annibale, mentre Silio Italico la comprende fra le città che mandarono i loro uomini in aiuto ai Romani nel 216 a.C. nell’imminenza della battaglia di Canne (Pun. VIII, 472 ss.). Quello che è certo è che rimase  risparmiata nel suo interno dalle truppe di Annibale che troppo tempo e risorse avrebbe dovuto impiegare in un eventuale assedio (Polibio, III, 82, 9 e Livio XXII, 4) ma è verosimile, come ricorda lo stesso Livio, che le campagne furono distrutte dal passaggio dell’esercito punico che, forse non a caso, si trovò in Valdichiana, uno dei granai dell’antichità, nel periodo di massima fioritura delle messi.
Non necessariamente l’assenza di Cortona fra le città etrusche che rifornirono di mezzi la flotta romana pronta a partire, sotto il comando di Scipione, alla volta della spedizione punitiva di Cartagine, nel 205 a.C. deve essere ricondotta alle devastazioni occorse durante il passaggio dei cartaginesi, con relative distruzioni delle colture, rimozione dei confini, occupazioni indebite e morti dei proprietari territeri. Il passaggio di un fronte bellico, è noto, non arreca danni che vadano oltre pochi anni. Forse è proprio la fedeltà dei gruppi cortonesi nel corso della vicenda annibalica e il loro ruolo giocato prima e dopo la battaglia del Trasimeno che determina la non tassazione, mentre Arezzo, a causa della defectio in chiave antiromana del 209 a.C., subisce confische e vendite di terreni appartenenti alla nobiltà locale e, in ragione di un’economia a vocazione industriale specializzata nella lavorazione dei metalli, potrebbe essere stata costretta, a titolo punitivo, ad un pesante ed esemplare tributo.
Uno dei documenti più straordinari per comprendere le complesse trasformazioni che investono politicamente e socialmente Cortona, tra la fine del IV e il I secolo a.C., è la tabula cortonensis, posta al centro della sala 10 in vetrata, oggetto simbolo del MAEC, terzo testo etrusco per lunghezza, dopo quello della “Mummia di Zagabria” e quello della “Tavola di Capua” menzionante una compravendita che prevede l’acquisizione da parte della gens dei cusu di terreni di proprietà del commerciante d’olio petru scevaś  e della moglie arntlei. Le vicende del rinvenimento non sono ancora state del tutto chiarite. Nel 1992 furono consegnati al comando dei Carabinieri di Camucia sette frammenti di bronzo, sottoposti ad una “pulitura” abbastanza drastica, insieme ad altri frammenti bronzei (elemento di candelabro, palmetta, frammento di vaso, due basi cilindriche), dati come rinvenuti in località le Piagge, presso Camucia; nonostante tutta l’area sia stata successivamente sottoposta ad accurate ricerche, non sono venute alla luce altre testimonianze archeologiche, facendo fin da subito dubitare fortemente sul luogo del rinvenimento. I sette frammenti di bronzo costituivano una tabula di forma rettangolare (cm 28,5 x 45,8, equivalenti ad un piede per un piede e mezzo) sulla quale è un’iscrizione incisa mediante una sgorbia affilatissima. Sulla sommità la tabula presenta un manubrio a due ganasce con pomello sferoidale. È realizzata in un bronzo alquanto tenero con un’alta percentuale di piombo per rendere più facile l’incisione. L’iscrizione è opistografa, riempie cioè tutta una faccia, con 32 righe di scrittura (recto), e prosegue sull’altra faccia (verso) con 8 righe, e rivela una incisione molto accurata delle lettere; l’alfabeto è quello usato tra la fine del III e il II secolo a.C. nella zona di Cortona, nel quale il segno per e retrogrado occorre in sillaba iniziale o finale per sostituire un antico dittongo. Complessivamente il documento presenta 40 righe di testo e 206 parole (fra le quali 55 vere unità di lessico e 10 forme di clitici, cioè pronomi, congiunzioni e posposizioni), Si riconoscono facilmente due mani: uno scriba principale ha inciso le prime 26 righe del recto e tutto il verso; a uno scriba secondario si devono le ultime 6 righe del recto.
Fu esibita per qualche tempo in un luogo pubblico (probabilmente un santuario) e forse appesa tramite il manubrio ad un binario che ne consentiva la lettura fronte e retro. Successivamente, dopo essere stata asportata dal luogo di origine, fu rotta in otto parti e destinata all’occultamento; i frammenti furono custoditi in un ambiente umido, insieme ad altri oggetti di ferro, di cui in più punti dei frammenti si conservano tracce (macchie e incrostazioni). La perdita dell’ottavo frammento non pregiudica la comprensione del testo in quanto conteneva solo alcuni nomi della lunga lista trascritta alle righe 24-32 della faccia A, prolungata sulla prima riga della faccia B.

Pagina seguente