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SALA 7
LA SFERA DI INFLUENZA CORTONESE

In età orientalizzante ed arcaica possono essere ipotizzati con una forte approssimazione una serie di potentati sottoposti ciascuno ad un princeps, dislocati a ridosso del nascente centro di Cortona e rappresentati ciascuno da un tumulo  (Sodo I, Sodo II, Camucia ) ed altri, più distanti, distribuiti su due versanti: uno che guarda verso l’area montana verso la Valtiberina e i suoi passi; l’altro che abbraccia i territori verso il fiume Clanis.
Per il versante  montano significativo è il rinvenimento della stele di Monte Gualandro, presentata solo come confronto iconografico, segnacolo di una tomba pertinente ad un princeps etrusco di VII-inizi VI secolo a.C., che controlla un’area al confine tra il distretto cortonese e quello perugino. Ma sono soprattutto i contesti tombali di Trestina località Tarragoni e Fabbrecce riferibili a principi che controllano i passi e la viabilità montana, assi strategici per il commercio che dall’area Adriatica raggiunge, attraverso la Val Tiberina, le città etrusche dell’interno, a dimostrare il grado di potenza di tali gruppi.
Per il secondo versante, quello che guarda al Clanis, basta pensare al tumulo di Poggio di Schicchi, in località Mitiano (Farneta), definito dal François “il più grande tumulo della Valdichiana”, saccheggiato a metà Ottocento dalle truppe del nuovo regno d’Italia e tragicamente distrutto per estrarne terra per la costruzione dell’Autostrada del Sole; oppure a quello ancora inesplorato in località Castellare presso Montecchio del Loto;  o, ancora, ai materiali della stipe di Brolio, che rimandano a gruppi aristocratici che controllano i commerci fluviali; o, se pur più tarde, alle necropoli pertinenti alle aristocrazie di Foiano o Bettolle (se pure più probabilmente sotto l’egemonia di Chiusi).
E’ solo con l’imporsi della città  e del suo governo, certo oligarchico ma espressione di una pluralità di componenti politiche consorziate da interessi economici e militari comuni che, a partire dagli inizi del V secolo a.C., tutto il territorio viene assoggettato alla sempre più numerosa comunità urbana e riorganizzato secondo generali interessi relativi alla viabilità, sfruttamento delle risorse territoriali, difesa, con un processo non molto dissimile da quello che il comune di età medievale seguì nel sottrarre poteri e terre ai piccoli feudatari locali.
La tomba principesca di Trestina-Tarragoni
All’interno della vetrata 9 sono esposti una serie di oggetti in bronzo relativi ad una tomba principesca utilizzata fra la metà del VII secolo a.C. e la fine del VI secolo a.C., rinvenuti nel fondo denominato “Tarragoni”, non lontano da Trestina, a seguito di lavori agricoli eseguiti nel 1878.
Un gruppo di armi connota il defunto come principe guerriero sia attraverso oggetti con una vera funzione militare (4 elmi di tipo italico a tesa rinforzata e i morsi equini che alludono al currus, la biga dei principi-guerrieri) sia attraverso oggetti dotati di valore “simbolico”, da “parata”, come l’elmo corinzio (due esemplari), la scure bronzea con “testa a manicotto”, di VII secolo a.C., simbolo del potere civile e religioso del princeps, un’ascia di bronzo ad alette “tipo Bambolo” di tradizione villanoviana, oggetto carico di significati legati al potere più antico e tramandato per generazioni. Alle armi si aggiungono oggetti di ornamento personale, come due armille in bronzo, ed un manico di strigile della fine del VI secolo a.C., forse di produzione greca.
Tre appliques bronzei a protome di cervo, di produzione urarteo-assira, erano pertinenti probabilmente alla decorazione di un trono ligneo, indicando la precisa volontà del princeps di richiamarsi al costume e all’ideologia dei dinasti dell’Anatolia.
Un consistente gruppo di oggetti è riferibile alla sfera del banchetto e del simposio, momento qualificante di socializzazione dei ceti élitari, durante il quale si consuma vino conservato all’interno di preziosi vasi di bronzo o si arrostisce ritualmente la carne.
Tre anse ed un piede bronzeo sono pertinenti ad oinochoai “rodie” tipo C di produzione etrusca (prima metà del VI secolo a.C.) ma derivata da prototipi greco-orientali. Un’ansa desinente a protome leonina apparteneva ad una  plumpe kanne, una brocca massiccia di fattura vulcente della fine del VI secolo a.C.
Riferibili al servizio da tavola sono due patere bronzee, veri e propri piatti per consumare il cibo e frammenti di bacili di probabile importazione cipriota. Alla fase della cottura dei cibi si riferiscono il tripode da fuoco e l’alare in ferro.
Un gruppo di protomi zoomorfe in bronzo fa riferimento a due grandi calderoni bronzei, sul cui orlo erano originariamente applicate. Uno dei due, databile alla fine del VII secolo a.C., era ornato da protomi di stambecco e posto su un tripode in ferro che presentava alla base zoccoli taurini, appliques a forma di stambecco a metà alteza, tre protomi di toro sulla corona superiore e un terminale a triplice testa di cerco fissato nel punto di incontro delle verghe trasversali del tripode. Di tale calderone, adibito probabilmente alla bollitura delle carni, si ripropone una ricostruzione in calco al di fuori della vetrata. L’altro calderone, del primo venticinquennio del VI secolo a.C., era ornato da quattro protomi di grifo e forse era adibito alla miscelazione del vino con l’acqua.

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