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SALA 8
DIFESE DEGLI UOMINI E PROTEZIONE DEGLI DEI

La sala 8 descrive tutti quegli elementi che caratterizzano il centro di Cortona ormai caratterizzato da una struttura urbana, caratterizzata da imponenti mura, porte, edifici pubblici interni alla cerchia muraria, santuari e templi dislocati all’interno ed al confine del territorio, Sulla base degli elementi topografici fondamentali del centro storico, di può ragionevolmente ipotizzare che almeno da un certo periodo (il V secolo?) la città sia stata armonizzata ai precetti  dell’etrusca disciplina. Sulla base di confronti di tipo urbanistico con le altre poles si può ragionevolmente ipotizzare che nell’area successivamente occupata dalla fortezza di Girifalco, inglobata per ragioni ideologiche –come sottolinea Mario Torelli- all’interno della cerchia muraria, sorgesse l’arx, luogo dove venivano presi gli auspici finalizzati alla fondazione di una città, o all’investitura del potere di re prima e magistrati poi. Da quel rilievo (rappresentato simbolicamente con la copia di un cippo da Fiesole che reca il rilievo di un sacerdote) era possibile per gli auguri esercitare la spectio, cioè l’osservazione degli spazi celesti, di norma orientata verso Sud o Sud-Ovest, avendo di fronte
territorio che andava dal lago Trasimeno fino al territorio limitato dal fiume Chiana e, più ad ovest, i confini verso il territorio di Arezzo. L’etrusca disciplina prevedeva inoltre che gli spazi celesti e la loro suddivisione fosse trasferita, per via magica, nel terreno. In questo senso, sempre secondo Mario Torelli, il cippo rinvenuto nel XVIII secolo in località il Campaccio, presentato in copia disegnata sul pavimento della sala e recante l’iscrizione tular rasnal, ossia fines publici (confini pubblici) incisa in maniera contrapposta sulla stessa faccia ma in modo da consentirne la lettura da due lati, va interpretato come uno dei limiti entro i quali gli auguri potevano esercitare la spectio. La recente acquisizione archivistica dell’esistenza, ancora negli anni Cinquanta del novecento, di un altro cippo con analoga dicitura sempre in località il Campaccio, nella proprietà del Marchese Alessandro Petrella, avvalora ulteriormente l’importanza di questo limite della spectio. L’immaginario arco di cerchio che, tracciato nei due sensi a partire dai due segnacoli del Campaccio, dove è attestato un santuario per la presenza di molti ex voto, incontrava verso est, in direzione di Perugia, un altro santuario a S. Angelo a Metelliano, dove è segnalato un santuario in età romana dedicato a Bacco (forse Fufluns in età etrusca); più ad est, a Tecognano, un probabile teonimo potrebbe lasciar presumere l’esistenza di un santuario dedicato a Tece Sans, coincidente con lo spazio dedicato a Tecum del sistema cosmico etrusco ricostruibile in base alla descrizioni delle fonti latine.  In direzione sud la spectio sarebbe delimitata dai santuari di Via Capitini e dei Vivai Felici a Camucia, procedendo verso ovest forse un santuario ubicabile non lontano dai tumuli del Sodo.
Un video a parete riassume i principali aspetti sopra richiamati e propone una serie di immagini delle mura di Cortona, saggiate integralmente da Aldo Neppi Modona intorno al 1929 e successivamente indagate negli anni 1986-1990. Complessivamente formano un  rettangolo di km 2,8 di perimetro. Nell’aspetto attuale (sono datate al V-IV secolo a.C. e non si hanno dati circa l’esistenza di cerchie più antiche, nella tecnica dell’agger, successivamente soppiantate), sono realizzate con tecnica costruttiva pseudoisodoma che utilizza blocchi quadrangolari delle dimensioni più diverse (anche oltre 3 metri di lunghezza in alcuni che appartengono al basamento), disposti su filari regolari, talora con zeppe, fronte bocciardata e tracce di anathyrosis. Non si hanno tracce sicure dell’esistenza di torri.
Pochi sono i dati topografici delle aree interne alle mura nel corso della prima grande monumentalizzazione della città, avvenuta probabilmente intorno alla fine del V secolo a.C. Sicuramente è riconoscibile un grande asse stradale da Est-Nord Est (attuale porta S. Maria) recava ad Ovest-Nord Ovest (dove era la porta presso l’attuale chiesa di S. Domenico). Un altro ipotetico asse stradale che incrociava il precedente, e che andava da Porta Colonia o una porta limitrofa a porta S. Agostino è al momento meno provato. E’ abbastanza evidente come gli edifici fossero disposti su una serie di terrazze artificiali, di cui la principale (la probabile area forense etrusca e romana) coincidente con le attuali piazza Signorelli e Piazza della Repubblica, è delimitata da un grande muro di sostruzione, di cui una parte è venuta alla luce  nel 1986 nel corso degli scavi sotto Palazzo Casali, la sua continuazione, già nota, è visibile nelle fondamenta del palazzo della Cassa di Risparmio di Firenze e in parte lungo via Garibaldi e termina, presumibilmente, sotto il palazzo Comunale, perfettamente allineato con i precedenti. Di recente un tratto ortogonale a quest’ultimo è venuto alla luce nel corso di lavori di sistemazione delle nuove sale del palazzo ed è visibile percorrendo il sottopassaggio che collega la sala 3 con la sala 4.E’ probabile che, almeno nel momento della prima fase di monumentalizzazione della città, la piazza principale potrebbe avere ospitato anche il centro di incontro del cardo e decumanus, noto dalle fonti come mundus dove, non di rado venivano realizzati pozzi o stipi votive.I numerosi muri di terrazzamento destinati a regolarizzare l’area centrale della città, attestati a partire da piazza Signorelli ma testimoniati anche, ad esempio, in Via dell’Amorino, in Piazza del Duomo, nelle attuali piazza della Pescaia ci parlano di una città distribuita su grandi piattaforme artificiali.  E’ evidente comunque come l’abitato sia completamente concentrato nella parte sud-ovest della città ed è in questo settore che comincia la più antica occupazione del colle. L’approvvigionamento idrico della      città etrusca di V e IV secolo a.C. non è noto ma è molto probabile che sia stato analogo a quello, ben più indagato, di età ellenistico-romana di cui tratteremo in seguito.
Fra le porte urbiche etrusche rimaste ancora conservate è la Porta Bifora o Ghibellina. Un’altra  porta è riconoscibile nel saliente delle mura di fronte alla chiesa di S. Domenico. Da qui doveva uscire la strada in direzione di Perugia. Un’altra porta doveva coincidere con quella che oggi è nota come porta Montanina, dalla quale partiva la via per la montagna e la Valtiberina. Non è chiaro se presso l’attuale porta Colonia fosse presente anche un altro accesso, forse individuabile nel tessuto murario, ma la presenza di tombe etrusche nella zona attualmente occupata dalla chiesa di S. Maria Nuova avvalorerebbe l’ipotesi. Altra porta doveva essere doveva essere stata presente al posto dell’attuale porta di S. Maria, a giudicare dall’allineamento dell’imponente muro dell’area forense con l’asse di via Garibaldi. Forse un’ultima porta era sul lato settentrionale delle mura, dove fanno una vistosa rientranza. Anche da lì doveva partire il tracciato verso Castel Girardi e la montagna.L’esistenza di probabili proprietà terriere appartenenti a santuari è testimoniata dal rinvenimento negli anni sessanta del secolo scorso del cippo in arenaria con dicitura luthcval canthisal non lontano da Viale Passerini, esposto accanto alla parete di fronte al cippo del Campaccio.
Con la fine dell’età arcaica e l’inizio di quella classica la città controlla il territorio e le sue risorse, eminentemente agricole, tramite vici, insediamenti rurali, attestati soprattutto da necropoli, talora con vicine aree di culto. Alcuni di tali vici, prima forse indipendenti, rientrano ormai in una rete tessuta da un unico centro propulsore. E’ facile immaginare la vocazione per l’olivicoltura nella fascia collinare, per la cerealicoltura e la viticoltura nella zona di pianura, la posizione vicina a fonti e corsi d’acqua anche per le esigenze dell’allevamento. Ai confini del territorio e in punti strategici, molto spesso coincidenti con siti successivamente interessati dall’incastellamento medievale sono dislocati una serie di castella a scopo difensivo: sul versante montano Cantalena e Tornia, sul versante Trasimeno Sepoltaglia, sul versante della valle del Niccone Pierle, sul versante della valtiberina forse qualcuno dei centri dove sorgeranno i castelli di età medievale, sul versante aretino Montecchio Vesponi).
L’analisi dei dati toponomastici, archeologici e di analisi geomorfologia del territorio consente di individuare una serie di direttrici principali e secondarie che prendono origine dalla città. Alcuni tratti di tali direttrici, a battuto in età etrusca, furono in età romana basolati e di tale aspetto se ne darà successivamente menzione:
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1) Prima direttrice o via Trasumena
2) Seconda direttrice o via Perusina
3) Terza direttrice o via Tiberina;
4) Quarta direttrice o via verso l’alta S. Egidio
5) Quinta direttrice o via Aretina
6) Sesta direttrice o via Clusina
Via fluviale del Clanis verso Arezzo e verso Chiusi-Orvieto e Roma

Progressivamente è la città a realizzare o riorganizzare i santuari che possono essere ripartiti in santuari urbani, suburbani ed extraurbani e sono spesso indiziati più dal rinvenimento di oggetti all’interno di stipi votive che da vere strutture. Tra i santuari urbani forse uno doveva sorgere sulla terrazza dove attualmente sono presenti la chiesa e il convento di S. Francesco. Il nome tradizionale con cui è conosciuta l’area, “Bagno della Regina”, potrebbe rimandare, più che ad un’area di terme romane, ad un più antico tempio etrusco dedicato a Uni-Giunone che, in funzione di protettrice delle nascite delle città, aveva l’appellativo di “Regina”, similmente alla Uni del santuario di Portonaccio, a Veio, nota nelle fonti latine come Iuno Regina, o alla Uni venerata presso l’ara della Regina, a Tarquinia. Troverebbe pertanto un contesto di probabile il parallelepipedo in bronzo con la dicitura mi unial curtun esposto presso la sezione dell’Accademia Etrusca ed una spiegazione più eloquente il fatto che l’intitolazione della Pieve più antica del centro storico sia dedicata a Maria, con probabile assimilazione del culto. Della terrazza che poteva ospitare il tempio una parte di contrafforte potrebbe essere costituito da un muro noto in letteratura in via dell’Amorino (del quale si ricorda anche un arco) ed attualmente non più visibile.Forse un’area sacra poteva trovarsi anche al di sotto di palazzo Casali, se coincide con il mundus o centro della città, ma la presenza di strutture circolari di età arcaica attendono ancora di essere indagate. Il primo dei santuari suburbani è indiziato da due statuette raffiguranti una Culsans(omologo al latino Giano garante della protezione dello spazio interno alla città) l’altra Selvans (il latino silvano dio dei boschi , dei confini e dello spazio esterno), rinvenute nell’800 davanti alla porta Bifora sotto una tegola e così deposte al momento della dismissione del sacello. I due bronzi offerti da una Vel cvinti (=Quintius) come indica l’iscrizione apposta sulla coscia di entrambi, sono descritti in un pannello a parete mentre gli originali sono conservati nella sezione dell’Accademia. Dovevano probabilmente essere inseriti ciascuno all’interno di una edicola accanto ai fornici e portare nella mano un oggetto. Nella prima parte della vetrata 12 sono descritti i risultati degli scavi relativi alla porta bifora, scavata dall’Università degli studi di Perugia fra il 1986 e il 1990, originariamente a fornice unico, nel corso del secondo secolo trasformata in ingresso monumentale a duplice fornice e grande cassero, sorta di porta trionfale e punto di partenza delle direttrici verso Chiusi ed Arezzo e, probabilmente, connessa fin dai tempi più antichi tramite ripidi tracciati con la vicina area di necropoli dove sorgeranno, in epoca ellenistica, la tanella Angori e quella di Pitagora. Tra gli oggetti rinvenuti nel corso delle campagne pertinenti alla sfera della vita quotidiana si segnalano un frammento di una kylix etrusca vicina alla produzione del Gruppo Socra, coppette ed ollette acrome a prti sottili, frammenti di coppette a vernice nera, ciotole e olle in ceramica comune e da fuoco, un disco di lucerna in sigillata italica, un frammento di coppetta in sigillata italica, alcuni pesi da telaio, un listello bronzeo con piccolo busto decortativo di età adrianea, una serie di materiali ceramici di età tardo antica, medieovale e rinascimentale (dalla ceramica di impasto alla maiolica arcaica, ceramica graffita, maiolica rinascimentale).
Fra i santuari suburbani dovevano essere presenti uno presso il Campaccio con dedica a Calu (è esposto all’esterno della vetrata la copia di un cane lupo che reca sulla coscia il nome della divinità), un altro, sempre dal Campaccio, testimoniato da un bronzetta raffigurante un Grifo con iscrizione dedicatoria a divinità anonima, attualmente conservato a Leida, uno a Fontocchio testimoniato da statuette forse dedicate ad una divinità salutare (di cui una conservata nella sezione Accademia altre a Leida); un altro santuario suburbano dedicato a Tece Sans è probabilmente da ubicare a Teccognano.Presso Metelliano, sul luogo dove poi sorgerà la chiesa di S. Angelo al Succhio (da sucus, bevanda), potrebbe essere stato presente un santuario dedicato a Pacha (Bacco), confermato dal vicino idronimo “Rio Baccanella”;
Tra i santuari extraurbani una serie dovevano essere dedicati a divinità con connotazioni salutari e trovarsi sistematicamente a ridosso di fonti o polle d’acqua: da Peciano, presso il Mulino Piegai, vicino ad una fonte, provengono ex voto rappresentanti bambini in fasce, (visibili nella sezione Accademia);  da Bagnolo presso Farneta vi sono analoghi rinvenimenti. Presso Pergo il Santuario della Madonna del Bagno, le cui acque tradizionalmente possedevano poteri curativi per gli occhi, restituì nel corso dei passati secoli numerosi ex voto in terracotta, come ricorda il Lauro. Presso Ossaia è attestata l’esistenza di un santuario agreste, di cui faremo cenno nella sezione dedicata alla villa romana omonima. Anche il santuario dei Vivai presso Camucia ha restituito un frammento di statua di bambino in terracotta e doveva ospitare un culto di natura salutare. I materiali pertinenti sono presentati al centro della vetrata 12. Quanto esposto è il frutto di un intervento di emergenza condotto dalla Soprintendenza tra il 1991 e il 1994.All’epoca l’area di scavo si presentava fortemente compromessa da uno scavo distruttivo e da profondi sbancamenti per la realizzazione di una lottizzazione. Sono venuti alla luce, in giacitura secondaria, numerossimi frammenti di elementi decorativi pertinenti a vari livelli di riempimento, essenzialmente tegoli, coppi e mattoni associati a frammenti di decorazione architettonica (antefisse, sime, lastre decorate con lotte fra animali ed elementi fitomorfi, tra cui una acroteriale con scena equestre), pertinenti a decorazioni di un probabile sacello di tipo etrusco italico ascrivibile al II secolo a.C. in base ai confronti con altri materiali aretini e chiusini.
Sullo sfondo della vetrata campeggia una ricostruzione grafica della decorazione del tempio e, davanti, una associazione fra frammenti di lastre architettoniche originali e lastre architettoniche ricostruite. Sono presenti lastre che rivestivano il tetto a doppio spiovente con frontone aperto, decorate con motivi vegetali e geometriche. Lo spazio frontonale doveva prevedere decorazioni a lastre di cui resta una scena equestre. Le antefisse che dovevano ricoprire sono per lo più decorate a stampo e tra esse vi sono una testa feminile con berretto frigio e, dentro un nimbo di larghe foglie. Una serie di frammenti architettonici a matrice decorata da animali potrebbe non essere pertinenti allo stesso edificio. Stringenti sono i confronti con materiali aretini (S. Croce, via Roma, S. Niccolò, Catona, Castiglion Fiorentino) e chiusini di secondo secolo, riflettendo quella koinè culturale e ripresa economica ed edilizia dell’Etruria settentrionale ormai inserita nell’orbita di Roma. I  restanti materiali sono costituiti da ceramica a vernice nera (piatti,ciotolle olpette) destinate alle pratiche di culto.Anche la contigua area santuariale di via Capitini, presentata nella penultima sezione della vetrata 12, ha restituito numerosi bronzetti di fanciulle, adombrando forse una divinità preposta alla protezione dei fondamentali momenti di passaggio fra la l’infanzia e la pubertà. Il santuario è stato indagato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana tra il 2000 ed il 2004 e si presenta come un articolato complesso di due edifici paralleli (A e B), col medesimo orientamento, separati da una canaletta per il drenaggio delle acque. L’edificio A, a pianta rettangolare irregolare, costruito con blocchi e lastre di arenaria, è formato da almeno 5 vani. Per questa costruzione si sono riconosciute almeno due fasi di vita, la più antica delle quali è rappresentata dai vani IV e V, ambedue riutilizzati - e in parte ricostruiti - anche in una fase più recente; il vano IV ha restituito alcune ollette miniaturistiche contenenti fibule e anellini bronzei, disposte in fila a ridosso di uno dei muri perimetrali.
Interessante anche il ritrovamento, in prossimità di uno dei muri esterni, di una coppa etrusca sovradipinta databile alla prima metà del IV secolo a.C.  di un fondo di kylix attica a figure rosse con atleta nudo in atto di iniziare il salto in lungo bilanciandosi con gli altheres
Il secondo edificio (B) coevo alla seconda fase dell’ edificio A, è costituito da un muro, in blocchetti e lastre di arenaria, nel quale si innestano tre e forse quattro muri divisori formanti delle piccole celle. Sulla fronte di questo edificio sono state messe in luce tre basi in pietra recanti un innesto circolare per colonne, alternate a tre basamenti intonacati, interpretabili come piccoli altari.
Le basi di colonne presuppongono l’esistenza di un portico in materiale deperibile, che proteggeva gli altari. Il tetto del porticato del quale si è ritrovato il crollo perfettamente conservato in situ, doveva essere decorato con elementi coroplastici, tra i quali si conservano un imbrex a protome di cavallo (identico a quello che decorava il tetto del sacello rurale di Ossaia) ed un altro a protome di grifo. Intorno ai piccoli altari erano disposte offerte votive, esposte in vetrata, quali statuette di offerenti in bronzo (uno raffigurante un offerente femminile con lunga veste di età tardo arcaica e altri tre offerenti maschili di età ellenistica), fibule, anellini, monete, vasi miniaturistici, punte di freccia e piccoli elementi aurei. Numerosi reperti bronzei sono stati trovati, insieme a tracce di fuochi, sparsi anche sul piano di calpestio nell’area antistante l’edificio. Numerosi reperti bronzei (fibule, anellini, monete, un colino) sono stati trovati, insieme a tracce di fuochi, sparsi sul piano di calpestio nell’area antistante l’edificio. Si è inoltre individuata, nella zona tra l’edificio A e la canaletta, una fossa circolare riempita di pietre e tegole. I reperti rinvenuti relativi alla fase etrusca sono ricompresi dal punto di vista cronologico tra la fine del VI e l’inizio del II sec. a.C., con almeno due fasi di vita relative agli edifici. Altri materiali (ceramica sigillata, monete, vetro millefiori) indicano una frequentazione del sito per tutto il periodo romano), con un termine ultimo rappresentato da alcune monete votive di Massimiano. Si tratta al momento dell’unica testimonianza rimasta a Cortona di strutture conservate pertinenti ad un luogo di culto, essendo i santuari cortonesi, come si è sopra accennato, indiziati solo in base al ritrovamento di reperti d’uso votivo e/o da decorazioni coroplastiche.
Un altro santuario può essere identificato sulla base del rinvenimento del celebre lampadario bronzeo di Cortona, scoperto presso Fratta S. Caterina nell’Ottocento, dscritto su un pannello a parete ed esposto nella sezione dell’Accademia. La destinazione sacra dello straordinario oggetto viene suggerita da una targhetta bronzea iscritta del II sec. a.C. trovata insieme al lampadario, che rappresenta una dedica a Tinia in un periodo molto posteriore alla fabbricazione dell’oggetto da parte della famiglia Musni.
Vi sono poi, tra i santuari extraurbani, quelli con funzione di marker territoriali, cioè disposti come segnale di confine. Un santuario del genere doveva essere quello dedicato a Tece Sanś probabilmente da ubicare a Sanguineto, da dove provengono la celebra statua dell’Arringatore ed il putto Graziani; analogamente al confine con il territorio della città di Arezzo doveva esistere un santuario della divinità ϑuplϑaś, menzionatain due iscrizioni relative rispettivamente ad un thymiaterion in bronzo e ad una statuetta puerile nuda, riprodotti in copia all’esterno della sala, rinvenuti il 17 febbraio 1746 in una località forse situata al di sopra dell’attuale cimitero a Montecchio Vesponi, in una stipe votiva insieme ad una statuetta di guerriero poi dispersa, una figura muliebre, una paletta. Un santuario di età arcaica ubicato non lontano da uno scalo fluviale è testimoniato dall’eccezionale ritrovamento della stipe di Brolio, di cui sono riprodotti in fondo alla sala, all’esterno,una serie di copie delle statuette riproposte nella loro originale  funzione: due perirrantheria  costituiti il primo da quattro statuette maschili che sorreggono un bacile, il secondo da quattro statuette femminili che sorreggono un bacile; un terzo bacile decorato sull’orlo da una teoria di leprotti; un quarto bacile che presenta, sull’orlo, una teoria di cervi maschi alternati a cerbiatte, un calderone con quattro protomi di grifo ad imitazione di quelli urartei.Un ultimo santuario di confine, forse già in territorio chiusino, è il santuario di Pieve ad Mensulas presso Sinalunga, del II secolo a.C., del quale si presentano una serie di terrecotte architettoniche pertinenti alla decorazione del tetto. Nell’ultima parte della vetrata 12 si possono osservare due tipi di antefisse a testa femminile, il primo con un alto copricapo conico fuoriuscente da un cespo d’acanto, il secondo con un copricapo alato entro un nimbo foliato. Si segnala  una statuetta di Eracle barbato nudo seduto su una roccia che impugna una clava, ispirato all'Eracle Epitrapezio di Lisippo, il cui originale in bronzo sarebbe stato realizzato per Alessandro Magno che lo avrebbe tenuto sul suo tavolo conservato fino alla sua morte. La presenza di tale divinità adombra una specifica vocazione del santuario per la protezione di greggi ed armenti.

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