Museo dell'Accademia Etrusca e della Città di Cortona
 
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MAEC: percorso Museo della Città etrusca e romana di Cortona


Curtun etrusca, Cortona Romana (Sala 10)

Scavi in località La Tufa, Ossaia

L’entrata nell’orbita romana
La progressiva minaccia militare di Roma portò probabilmente alla costruzione, intorno alla metà del IV secolo a.C., della monumentale cerchia muraria. Che gli scontri fossero in atto da qualche tempo lo testimonia Livio (IX, 37, 12) il quale ricorda come Cortona con Perugia e Arezzo, dopo una sconfitta subita dagli Etruschi presso Perugia, ottenne una tregua di 30 anni dai Romani nel 310 a.C., dopo che Fabio Rulliano si era mosso contro le tre città. Successivamente a questa data Cortona entra nell’orbita romana; se infatti è vero che Livio non nomina Cortona fra le genti che vennero in soccorso di Roma contro Annibale, Silio Italico la comprende fra le città che mandarono i loro uomini in aiuto ai Romani nel 216 a.C. (Pun. VIII, 472 ss.). Rimase risparmiata nel suo interno dalle truppe di Annibale che troppo tempo e risorse avrebbe dovuto impiegare in un eventuale assedio (Polibio, III, 82, 9 e Livio XXII, 4) ma è verosimile che le campagne furono distrutte dal passaggio dell’esercito punico che, forse non a caso, si trovò in Valdichiana, uno dei granai dell’antichità, nel periodo di massima fioritura delle messi. In effetti Cortona non compare fra le città etrusche che rifornirono di mezzi la flotta romana pronta a partire, sotto il comando di Scipione, alla volta della spedizione punitiva di Cartagine, nel 205 a.C. forse perché, non possedendo un’economia a vocazione industriale come quella di altre città (basti pensare alla vicina Arezzo ormai votata alla produzione di metalli e successivamente di ceramiche) ma basata essenzialmente sull’agricoltura, non si era ancora risollevata dal collasso economico e sociale dovuto al passaggio delle truppe di Annibale, con relative distruzioni, devastazioni di confini, occupazioni indebite e morti di molti proprietari terreni.
I vantaggi dell’entrata di Cortona etrusca nell’orbita romana e la scelta di rimanere fedele a Roma nel momento in cui la città latina sembrava vacillare di fronte ai Cartaginesi, si possono percepire da un rapido risveglio economico e urbanistico. Se già nel territorio la decorazione architettonica dei templi di Camucia si inquadra in tale ambito, in città il primo segnale è dato dalla monumentalizzazione della porta bifora a doppio fornice, le cui fasi e relativi materiali di scavo sono presentati nell’allestimento, che risale, nella sua definitiva struttura monumentale, alla prima metà del II secolo a.C., con un aspetto di porta trionfale e un vicino santuario della porta testimoniata dalla presenza di due statuette bronzee rappresentanti Culsans e Selvans, omologhe ai latini Giano e Silvano, con epigrafi dedicatorie sulla coscia che rimandano ad un Vel cvinti (=Quintius) appartenente ad una famiglia etrusca in avanzata fase di romanizzazione.

Le terme di Piazza Tommasi.
Altro indizio è fornito dalla realizzazione delle terme di Piazza Tommasi, ubicate non lontane dal foro, delle quali è presentata una testimonianza grazie all’esposizione di frammenti di un mosaico a tessere bianche e nere. I reperti, trovati fuori contesto nel riempimento di un pozzo, presentano un bordo turrito ed emblema centrale con onde marine, realizzato da un’officina itinerante operante in altre aree dell’Etruria, in particolare a Musarna, oppidum tarquiniese, dove è stato ritrovato un analogo mosaico ancora in situ nella stanza III delle terme. Altro segnale di rinascita è fornito dal perfezionamento del sistema dell’acquedotto, che presenta una scaturigine e punto di prelievo presso l’Alta S. Egidio e un’altra, probabile, a Castel Girardi, una serie di condutture dall’Alta S. Egidio al Torreone, lungo il percorso della strada romana, fino a porta Montanina; un castellum aquae presso l’attuale cisterna di S. Cristoforo; un primo percorso distributivo dalla cisterna di S. Chiara ai Bagni della Regina (sotto l’attuale S. Francesco) al Foro (attuale piazza Signorelli) e piazzetta Passerini (con il grande pozzo pubblico di olte 20 metri di profondità per 7 metri di diametro e dove era eretta fino al 1530 la fontana maggiore di Cortona), alla Cisterna di via Guelfa. Un secondo percorso distributivo è riconoscibile dalla zona di S. Cristoforo ai Bagni di Bacco, alla probabile fontana pubblica di Palazzo Cerulli-Diligenti fino alle terme di Piazza Tommasi.
Si può senz’altro concludere che con il I secolo a.C. la città viene organizzata secondo un impianto romano classico, con il foro coincidente con le attuali piazza Signorelli e della Repubblica, dove probabilmente insistevano anche gli edifici pubblici, mentre il cardo e il decumanus non sembrano differire molto da quelli di età etrusca.
Dopo la guerra sociale (89 a.C.) Cortona ricevette probabilmente la cittadinanza romana in riconoscimento della sua fedeltà a Roma. Da quel momento, come attestano due epigrafi provenienti dalla Val di Pierle e una da Roma, presentate in calco, Cortona fu assegnata alla tribù Stellatina, insieme a Tarquinia, a riconoscenza di un ruolo comune e fondamentale nella creazione del patrimonio mitologico etrusco, testimoniato altresì dallo stesso nome delle due città in Virgilio, Dionisio d’Alicarnasso ed altri. Non è chiaro invece se sia stata compresa nella vendetta di Silla, conclusasi nell’82 a.C. ma certamente vi furono momenti di forte tensione sociale se probabili profughi cortonesi fondarono in Tunisia, nell’attuale zona dell’Uadi Milian, una colonia “dardania”, come attestato da una serie di tre cippi con analoga iscrizione ivi rinvenuti fra il 1907 e il 1915, dei quali cui si presenta un calco degli originali, conservati al Museo del Bardo.

I Metelli
Fra le famiglie più eminenti a cavallo del complesso periodo di transizione dalla fase etrusca a quella romana ricorderemo quella dei Metelli, proprietaria di un praedium presso l’attuale Metelliano che nel 1881 restituì importanti avanzi relativi ad una villa etrusca e che è simbolicamente rappresentata dalla riproduzione in gigantografia della statua bronzea di Aule Meteli, figlio di Vel, meglio nota come Arringatore, del primo quarto del II secolo a.C., che fotografa felicemente il momento di trapasso fra il mondo romano e quello etrusco, mostrando la tipica postura e costume del togato nell’atto di preghiera-saluto, che ancora conserva nome etrusco. La statua, patrocinata dai Metelli secondo le versioni più accreditate sembrerebbe provenire da un santuario dedicato al dio Tece Sans, presso Sanguineto, da dove proviene il putto Graziani con dedica alla stessa divinità. Ma la concomitanza del toponimo Metelliano accanto a quello di Tecognano (che ricorda il teonimo Tece Sans), potrebbe ricondurre all’area di S. Angelo a Metelliano la provenienza della statua, in un santuario direttamente patrocinato e controllato, sia religiosamente che politicamente, dalla famiglia e dove il dono e l’esposizione della statua da parte di una serie di rappresentanti di un pagus terra di origine dei Metelli trova un senso più compiuto. La famiglia dei Metelli è documentata anche da iscrizioni etrusche perugine (CIE 3541, 3542, 3558, 3717, 4303) sulle quali è attestato il gentilizio femminile (le donne dei Metelli sposarono pertanto potenti uomini della vicina Perugia). La scelta di campo filoromana garantirà alla gens dei Metelli molta fortuna politica con successive cariche senatorie a Roma, come attestano una serie di epigrafi. Ricoprì infatti tramite i suoi esponenti le prime cariche municipali di Cortona dimostrando da subito di allinearsi con il nuovo potere. Ne è la prova un epitaffio proveniente dalla rocca di di Pierle, presentato in calco, attribuibile alla prima metà del I secolo a.C. che ricorda due componenti, padre e figlio, discendenti della nobile famiglia etrusca dei Metelli, che rivestono le massime cariche municipali di Cortona nella prima età imperiale: il figlio, Caius Metellius Gallus, che svolge l’ufficio del quattuorvirato edile, mentre il padre, Caius Metellius, riveste, oltre alle cariche locali di (quattuor)vir ed(ilis) (carica riguardante il controllo dell’ordine pubblico), di q(uaestor) (magistrato con funzioni finanziarie) e di (quattuor)vir i(ure) d(icundo) (carica con poteri giudiziari), la magistratura di praetor XV populorum Etruriae. La provenienza dalla Val di Pierle dell’epigrafe ci autorizza a pensare che altri possedimenti della famiglia fossero dislocati anche in quei territori, fino forse al versante del Trasimeno o che, più probabilmente, un ininterrotto latifondo di cui punti certi sono dati almeno dal toponimo Metelliano e dall’epigrafe sopra richiamata appartenesse alla famiglia dei Metelli, distendendosi in senso orizzontale da Metelliano a Pierle, in senso verticale, forse, fino a Sanguineto.

I Cusu e le nuove tombe monumentali
Diversa fu probabilmente la sorte dei Cusu, potente famiglia etrusca cortonese proprietaria, attraverso due rami distinti della gens, come si desume da due iscrizioni rinvenute ciascuna in situ, della Tanella Angori e della Tanella di Pitagora, due tombe monumentali di età ellenistica costituite esternamente da un tumulo con segnacolo su tamburo, con evidente influsso dei monumenti macedoni e volontà di richiamo agli imponenti tumuli arcaici del Sodo, e camere interne dotate di nicchie laterali per deposizioni individuali di urnette cinerarie. Come accennato sopra, la pertinenza delle tombe alla gens dei Cusu è testimoniato da due importanti testimonianze epigrafiche: il coperchio d’urna proveniente dalla tanella di Pitagora con dicitura v(e)l : cusu : cr (crespe o cresce) : l(arisal) apa petrual: clan), e una lastra in arenaria di recente acquisizione, proveniente dall’area della stessa tomba e recante la seguente epigrafe: lart : kusu: markeal. Della tanella Angori si espone anche il cippo-segnacolo relativo alla copertura.
L’assenza dei Cusu nelle cariche pubbliche cortonesi di età romana fa sospettare, come felicemente intuito da Mario Torelli, un orientamento antiromano della famiglia e di conseguenza una sorta di progressiva censura, forse anche drammatica, nei confronti dei suoi membri da parte di Roma.
La gens dei Cusu è altresì menzionata nella tabula cortonensis posta al centro della sala, nel quadro di una compravendita che prevede l’acquisizione da parte di tale gens di terreni del commerciante d’olio Petru Scevas in cambio della probabile instaurazione di legami matrimoniali fra alcuni esponenti della nobile famiglia cortonese e le sue figlie.
Il quadro delle tombe di età ellenistica si completa con il riferimento a monitor della tomba in località il Passaggio, della fine del II secolo a.C., a pianta rettangolare con nicchie laterali per sepolture, appartenuta alla gens Petkes, anch’essa menzionata sulla tabula.

La tabula cortonensis
Nel 1992 furono consegnate al locale comando dei Carabinieri di Camucia, sette frammenti di bronzo, sottoposti ad una “pulitura” abbastanza drastica, insieme ad altri frammenti bronzei (elemento di candelabro, palmetta, frammento di vaso, due basi cilindriche), dati come rinvenuti in località le Piagge, presso Camucia; nonostante tutta l’area sia stata successivamente sottoposta ad accurate ricerche, non sono venute alla luce altre testimonianze archeologiche dall’area, facendo fin da subito dubitare fortemente sul luogo del rinvenimento. I sette frammenti di bronzo costituivano una Tabula di forma rettangolare (cm 28,5 x 45,8, un piede per un piede e mezzo) sulla quale è presente un’iscrizione redatta mediante incisione con uso di sgorbia affilatissima. Sulla sommità la
Tabula presenta un manubrio a due ganasce con pomello sferoidale E’ realizzata in un bronzo alquanto tenero con un’alta percentuale di piombo per rendere più facile l’incisione. L’iscrizione è opistografa, riempe cioè tutta una faccia, con 32 righe di scrittura (recto), e prosegue sull’altra faccia (verso) con 8 righe, e rivela una incisione molto accurata delle lettere; l’alfabeto è quello usato tra la fine del III e il II secolo a.C. nella zona di Cortona, nel quale il segno per E retrogrado occorre in sillaba iniziale o finale per sostituire un antico dittongo. Complessivamente il documento presenta 40 righe di testo e 206 parole (fra le quali 55 vere unità di lessico e 10 forme di clitici, cioè pronomi, congiunzioni e posposizioni), terzo testo etrusco per lunghezza, dopo quello della Mummia di Zagabria e quello della “Tavola di Capua”.Si riconoscono facilmente due mani: uno scriba principale ha inciso le prime 26 righe del recto e tutto il verso; a uno scriba secondario si devono le ultime 6 righe del recto.
Fu esibita per qualche tempo in un luogo pubblico (archivio, santuario) e probabilmente appesa tramite il manubrio a due ganasce con pomello sferoidale ad un binario che ne consentiva la lettura fronte e retro. Successivamente, dopo essere stata asportata dal luogo di origine, fu rotta in otto parti e destinata alla rottamazione; i frammenti furono custoditi in un ambiente umido, insieme ad altri oggetti di ferro, di cui in più punti dei frammenti si conservano tracce (macchie e incrostazioni). La perdita dell’ottavo frammento non pregiudica la comprensione del testo in quanto conteneva solo alcuni della lunga lista di nomi trascritta alle righe 24-32 della faccia A, prolungata sulla prima riga della faccia B.
Unanimemente gli studiosi riconoscono nel testo un importante atto giuridico a causa della presenza dello zilath mechl rasnal, ossia del pretore di Cortona, il sommo magistrato della città con funzioni giuridiche. Secondo la recente interpretazione di Mario Torelli l’atto è scandito in 7 parti, tante quante sono le indicazioni nel testo con un segno a scala. Il testo fa in particolare riferimento ad una compravendita di terreni mediante rivendicazione pubblica fatta dall’acquirente sulla cosa alla presenza del venditore e del pretore che ne sanzionava, a fine processo, la transazione (in iure cessio nel diritto romano).
Nella prima sezione (faccia A, righe 1-7) Petru Scevas, personaggio di origini modesti (il gentilizio Petru deriva dall’omonimo nome individuale di origine umbra) cede terreni pregiati (si legge la parola etrusca vina=vigna) che passano nella proprietà indivisa dei Cusu figli di Laris, con una probabile indicazione di misure del terreno e della controparte in beni da parte dei Cusu.

Le urne ellenistiche (Sala 9)
Testimonianza di sepolture di età ellenistica di matrice popolare pertinenti alla necropoli del Palazzone sono quattro urnette funerarie fabbricate a stampo di fattura chiusina, raffiguranti il mito di Echetlo (un giovane che, apparso durante la battaglia di Maratona, aveva combattuto con l’aratro a fianco dei Greci contro i persiani) e un coperchio di sarcofago in arenaria rappresentante un defunto recumbente e recante l’iscrizione lart: papathna, membro di una gens attestata a Chiusi e Vulci. Le quattro urnette ed il coperchio sono esposti in copia, gli originali sono presenti presso la villa del Palazzone.

La villa romana de La Tufa (Sale 10-14)

L’età imperiale: la città
La città muterà anche il nome ufficiale se, come riferisce Dionisio di Alicarnasso (I, 26, 1), scrittore di età augustea, non è molto tempo che Cortona ha cambiato il nome da Crotona a Corthonia. Ancora Plinio (N.H., III, 5 [8] 52) afferma che i Cortonenses erano fra i popoli dell’Etruria al tempo di Augusto. L’aristocrazia cortonese dovette fornire prima cinque poi quattro degli aruspici formanti l’ordo LX haruspicum, fin dalla fine della repubblica, a testimonianza della radicata tradizione di una scuola di aruspici come anche testimoniato da alcune serie monetali.
La formazione del mito intorno all’eroe fondatore Corythus e a Dardano (secondo il mito nato a Cortona e fondatore di Troia), rientra nella fase della rielaborazione mitistorica della città di età augustea quando, forti delle suggestioni virgiliane (Aen. III, 170 ss., VII, 205 ss.), si utilizzano i miti greci per nobilitare le realtà urbane italiche anche sulla base di una mera assonanza onomastica e, soprattutto, con il fine ultimo di legare la storia della città a quella di Roma e delle progenitrice mitologica Troia (Etruschi e Romani “ritornati” nella terra degli avi). Poco tempo dopo Silio Italico ricorderà la città sacra fondata da Corythus (IV, 720), la rocca di Corythus (V, 123) o Cortona, dimora del superbo Tarconte (con evidente esagerazione del ruolo mitico di Cortona, considerato che si tratta dell’eroe eponimo di Tarquinia e visto che nei due precedenti casi il richiamo è al mitico fondatore Corythus), come una delle componenti di una legione formata di contingenti etruschi (VIII, 472).
Sempre all’età augustea sono riferibili ristrutturazioni edilizie private, come attestano ad esempio lacerti di mosaico presso il vicolo della fogna n. 10.
Allo stesso periodo sono riferibili una serie di magistrature romane in altre iscrizioni: [VI] vir augustalis, quaestor, IIII vir aedilis, IIII vir i(ure) d(icundo), quinquennalis perpetuum.
Altre famiglie note in età imperiale da cippi funerari sono quella Cocceia e quella dei Gelli dei quali alcuni liberti furono proprietari per un certo periodo della villa di Ossaia. Sappiamo anche dell’esistenza di Tutilio Hostiliano, filosofo stoico, nativo di Cortona e operante a Roma e che il nome di Cortona ricorre più volte nei latercula militum praetorianum. In particolare Cortona è nominata in un lungo elenco di soldati di una coorte pretoria come patria del milite M. Velcennius Fortunatu(s). Altre sporadiche notizie ci derivano da frustuli epigrafici: un’iscrizione ci testimonia un appartenente al collegium del culto di Minerva (CIL XI, 1, 1906); un’altra un collegium del culto di Saturno (CIL XI, addit., 7088) e, forse, a relativi templi. Altri culti cittadini furono senz’altro riservati anche a Bacco (Bagni di Bacco), Minerva (Bagni della Regina), Giove Sabazio (mano votiva rinvenuta presso porta S. Domenico), Giano, Silvano. Il sistema dei templi di età romana presenti in città può essere ricostruita sia attraverso i dati toponomastici e le evidenze sopra richiamate, sia, probabilmente, a partire dalla ubicazioni dei grandi edifici ecclesiastici ancora esistenti: se S. Francesco e S. Antonio possono essere ricondotti ad aree templari con annesse zone di abluzione, pesantemente indiziate della preesistenza di templi pagani possono essere la cattedrale di S. Maria, l’area su cui insiste il convento di S. Margherita, la fortezza di Girifalco. Rimane ancora da verificare l’esistenza di un teatro o di un anfiteatro, certamente presenti.

Le necropoli urbane di età romana
In età romana le necropoli cittadine si distribuiscono ancora una volta immediatamente fuori della città, generalmente con sepolture modeste a parte il caso eccezionale del sarcofago marmoreo in marmo lunense databile al 160 d.C. e rinvenuto, secondo la tradizione, nel 1240 in un campo presso le mura sottostanti al duomo conosciuto come “campo dei miracoli” e attualmente esposto nel Museo Diocesano.

L’età imperiale: l’organizzazione del territorio della Val di Chiana rispetto alle grandi direttrici (Cassia Vetus, Cassia repubblicana, cassia Adrianea).

L’organizzazione e lo sfruttamento del territorio in età imperiale romana si articola secondo una pianificato rapporto tra piccoli pagi e relative aree cimiteriali (che coincidono in maniera impressionante con le attuali dislocazioni degli abitati) e spazi agrari centuriati e capillarmente sfruttati da fattorie; pagi e fattorie sono serviti da imponenti infrastrutture quali assi di comunicazione, acquedotti, terme, poli produttivi, fornaci, testimoniati da reperti e relitti toponomastici (dai prediali, all’odonomastica, ai termini della centuriazione). Con il passare dei secoli grandi ville rustiche sembrano gradualmente acquisire il monopolio di quasi tutte le terre messe a coltura.
L’ingresso graduale, a partire dal IV secolo a.C., dell’Etruria nell’orbita di Roma vide in una prima fase l’utilizzo da parte dei Romani della viabilità preesistente, forse adattandola alle proprie esigenze. Fra il III e il II secolo a.C. inizia invece la costruzione di un sistema stradale romano costituito da quattro arterie principali: la via Aurelia, parallela alla costa; la via Clodia, che correva attraverso il lato ovest del lago di Bracciano per dirigersi a Saturnia; la via Cassia, che attraversava l’Etruria centrale, la via Flaminia, che si dirigeva verso l’Umbria fino a raggiungere Ariminum sulla costa adriatica. Rispetto a queste due ultime direttrici può essere letta l’organizzazione interna dei tracciati viari secondari del territorio cortonese in età romana, che sostanzialmente ricalcano quelli di età etrusca e che presentano ampi tratti lastricati ormai solo lungo i diverticoli montani (tratto del Torreone verso l’Alta S. Egidio, tratto Portole, Castel Giudeo, Monte Traforata, Monte Castellare, Monte della Croce, Teverina Bassa, Falzano, tratto del monte Maestrino), peraltro secondari, considerata la sostanziale continuità di utilizzo delle strade della piana.


Ossaia: la villa romana de La Tufa (Sala 11)
Ossaia: da vicus etruscus a predio imperiale (Sala 12)
L’insediamento etrusco e il suo santuario (Sala 12, vetrata 12)
La villa e la decorazione architettonica di lusso (Sala 13)
La villa e gli ultimi splendori (Sala 14)
Le sepolture infantili, i materiali dell’ambiente 16, la ceramica, le iscrizioni di riuso (Sala 14, Vetrata 14)


La trasformazione del territorio in età romana è significativamente rappresentato dall’esposizione dei risultati del più che decennale scavo condotto dall’Università di Alberta presso il sito di Ossaia-la Tufa, che ha permesso di conoscere approfonditamente le secolari fasi di vita di una villa romana tardo repubblicana/augustea, sorta accanto ad un vicus etrusco di età arcaica (desunto dal rinvenimento di frammenti di bucchero) ed un santuario agreste (di esso sono visibili alcuni ex voto, come una testa di cavallo in terracotta e un bronzetto maschile ed alcuni frammenti di ceramica attica a figure rosse), le cui testimonianze sono esposte all’interno di un settore della vetrata 12 della sala 12. Analoghi casi di altre ville romane sul territorio (presso Mezzavia, S. Angelo a Metelliano, Centoia, Gabbiano Vecchio, Terontola) sono noti al momento solo da indagini di superificie. Gli scavi si sono concentrati su tre distinte aree del complesso (aree 1-3). Non sono ben definite la pianta e le dimensioni del primo edificio residenziale, del I secolo a.C., cui appartenevano pavimenti costituiti da un battuto di scaglie calcaree e di pietre locali mescolati a calce, bordato da filari di tessere bianche e in mosaico in bianco e nero. Alla seconda metà del I secolo a.C. risale l’assetto monumentale, organizzato in un insieme a padiglioni, con grande atrio ornato da sei colonne sul lato lungo e quattro sul lato corto (Area 2), su cui si aprivano i cubicoli. A tale fase, quella della maggiore ricchezza del complesso residenziale, si riferisce l’allestimento della sala 11, che presenta un grande plastico della villa e, di fronte, la ricostruzione di uno dei cubicula, con reale mosaico geometrico realizzato con tessere bianche e nere e decorazione parietale in terzo stile ricostruita, nonché una serie di frammenti di lastre “Campana”, disposte probabilmente lungo fregi parietali, pertinenti all’arredo della villa (vetrata 12). Tale settore era collegato da un muro di terrazzamento all’area 3, dove era posto il salone di rappresentanza, con ingresso a timpano sostenuto da due imponenti colonne corinzie (basi esposte nella sala 13) in direzione di Cortona. Il padiglione individuato nell’Area 1 era isolato, orientato verso il Trasimeno e composto da una piccola corte a peristilio e da alcuni vani con vasche, probabilmente organizzate a ninfeo. Domina tale area un’imponente cisterna per la raccolta dell’acqua. Nel corso del I secolo d.C. la villa vide l’installazione di alcuni impianti per la lavorazione dell’argilla, con relativo sconvolgimenti di molti mosaici di età augustea. Nel corso del III secolo d.C. presso l’ala settentrionale, (area 3), si costruisce un’imponente aula absidata con funzione di rappresentanza, decorata con mosaico a quadrelle gialle ed arancioni nella parte inferiore ed emblema costituito da due pantere affrontate ad un cratere centrale, esposto nella sala 14. In età costantiniana vi è l’ultimo rifacimento dell’area 1: a tale periodo si data un mosaico policromo con emblema, esposto anch’esso a parete nella sala 14.
Dall’analisi dei bolli laterizi, esposti a parete nella sala 12, si può arguire come la villa passi intorno al I secolo a.C., forse a seguito di alleanze matrimoniali con una nobile gens etrusca locale, alla nota famiglia perugina dei Vibii Pansae; in età augustea il predium viene incorporato nel patrimonio imperiale. Nel I secolo d.C. la villa è di nuovo nelle mani di un privato, Potnius, liberto dei Gelli.
Nella stessa sala si documentano anche una serie di testimonianze legate al consumo e alla produzione agricola della villa, dalle anfore vinarie, al glirarium, (un dolio adibito all’allevamento dei ghiri), o alla sua decorazione di lusso, come un frammento di bacile lustrale. Uno spaccato di vita quotidiana ci è offerto dalle lucerne, dadi, oggetti di ornamento personale e da toeletta femminile, bisturi, chiavi, aghi, appliques in bronzo (una foglia di vite e una protome di grifo), ami da pesca, monete, anch’essi esposti in un settore della vetrata 12.
La vetrata 14 della sala 14 espone semplici corredi di sepolture infantili costituiti da lucerne del tipo Firmalampen, del II sec. d.C. con monete-obolo per Caronte. La parte centrale espone cinque lamine bronzee rinvenute all’interno di un ambiente contiguo alla sala di rappresentanza del settore settentrionale della villa. Su tali lamine sono raffigurati ritratti imperiali di Severo Alessandro, Gordiano III con la moglie Furia Sabina Tranquillina, Giulia Domna, Valeriano e Gallieno, databili pertanto tra l’età dei Severi e la metà del III secolo d.C. Dovevano decorare le pareti esterne di cofanetti in legno o avorio (loculi) contenenti monete, che costituivano un dono imperiale per esponenti di alto rango. Dallo stesso ambiente, esposto accanto alle lamine, proviene un bastone magistratuale composto da una zanna di cinghiale rivestita da una lamina d’oro e innestata su una ripresa in bronzo. Chiudono l’esposizione un campionario di ceramica da mensa (grandi vassoi per portate) relativa alla fase tarda della villa, sigillata medio-adriatica di III-metà V secolo d.C., ceramica comune (olla e teglia per cucina) e una serie di iscrizioni frammentarie in marmo, databili fra il I secolo a. C. ed il I secolo d.C., forse di ambito funerario, riutilizzate nelle pavimentazioni delle sale dell’area I nella fase più tarda di occupazione della villa.

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© 2006-2007 MAEC Cortona - Ultimo aggiornamento: 07/08/2008