Museo dell'Accademia Etrusca e della Città di Cortona
 
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MAEC: percorso Museo della Città etrusca e romana di Cortona

Sala 4: Cortona arcaica città di principes. Il tumulo di Camucia (vetrata 4: tomba A; vetrata 3: tomba B)

Tumulo di Camucia - tomba A
Tumulo di Camucia - tomba B

Le sale 4 , 5 e 6 del museo sono dedicate alle testimonianze archeologiche della Cortona del periodo orientalizzante (720-580 a.C.) e arcaico (580-480), rappresentate soprattutto dalle grandiose tombe gentilizie di Camucia e del Sodo, i cui corredi ci parlano dello stile di vita e dell’opulenza degli antichi principes.
I tumuli cortonesi, denominati localmente “Meloni” si distinguono per la peculiarità dei caratteri costruttivi persino dagli analoghi, celeberrimi monumenti di Cerveteri, Populonia e Vetulonia.
Si riscontrano tra le tre tombe differenze nell’utilizzo della tecnica muraria, che subisce un’evoluzione a partire dal tumulo più antico, quello di Camucia, al I Melone del Sodo; il tumulo II del Sodo poi, in particolare, rappresenta, come si vedrà più oltre, un’eccezione nel panorama dell’arte e della cultura etrusca.
Nella sala 4 sono esposti i materiali di corredo del tumulo di Camucia, situato fra via Lauretana, corrispondente ad un’antica direttrice verso Cortona, via dell’Ipogeo e via Etruria.
Fu individuato nel 1842 da Alessandro François, singolare figura del mondo archeologico toscano dell'Ottocento; si trattava di un impiegato dell’amministrazione militare dello stato lorenese, che trovava più stimolante accantonare le sue scartoffie per eseguire ricerche nelle necropoli etrusche.
Il ricercatore intercettò lateralmente rispetto al suo ingresso una tomba, (tomba A c.d. François) che fu scavata con grande fervore e portata alla luce in soli quindici giorni.
Molti anni dopo, nel 1964, fu individuata da Piera Bocci della Soprintendenza Archeologica una seconda tomba (tomba B), a seguito di uno sbancamento abusivo nel tumulo, operato per l’ampliamento dell’officina di un fabbro e sospeso appena in tempo, prima che venissero completamente distrutte le strutture archeologiche.
La costruzione del monumento sfrutta in parte una collina naturale, la cui roccia è stata tagliata e da cui sono stati sezionati i materiali da costruzione.
Per realizzare la copertura di forma emisferica sono state utilizzate scaglie di pietra, (tra cui anche scarti di lavorazione), accumulate al di sopra del rilievo naturale, contrastate e contenute da allineamenti longitudinali e radiali e ricoperte da uno strato di terra ed argilla, in modo di evitare infiltrazioni d'acqua.

Olla con coperchio - tumulo di Camucia, tomba A

Il corredo della tomba A
Benchè la tomba sia stata violata, il corredo della tomba A (sala 4, vetrata 4) si presenta tuttavia ricco di interessanti materiali.
Si segnala fra tutti, al centro della vetrata, un grande cinerario emisferico con coperchio in bronzo laminato e decorazione a sbalzo a fasce puntinate di tradizione villanoviana, riferibile a tipi noti in ambito chiusino della fine del VII secolo a.C. , che rappresenta la deposizione più antica.
Di produzione locale, ma non prive di rapporti con la produzione dell'Etruria meridionale, sono da considerare quattro considerevoli olle di impasto, munite di coperchio e decorate da costolature, anch'esse usate come cinerari e ascrivibili ad un periodo tra la fine del VII e la prima metà del VI secolo a.C.
Notevole è anche la presenza di buccheri, (sala 4, vetrata 4, zona sinistra) con vasi da mensa riferibili in massima parte a fabbriche chiusine, attive tra la fine del VII ed il VI secolo a.C.
Alcuni oggetti , per esempio i calici, tra cui uno tronco conico con anse orizzontali e altri, per così dire “a fruttiera”, nonché una grande anfora con anse a doppio occhiello e coperchio sormontato da un quadrupede, presentano una decorazione a cilindretto, secondo una tecnica tipica delle botteghe dell’Etruria meridionale e orivietane.
Il cilindretto, decorato generalmente con sequenze di animali mitologici e vegetali, veniva ruotato sull’argilla ancora fresca e imprimeva sulla superficie del vaso uno o più registri di motivi decorativi. Scarsi appaiono i materiali preziosi, sottratti con ogni probabilità durante le depredazioni della tomba. Tra questi si possono citare lamine in oro e in argento decorate a sbalzo con motivi tipici dello stile tardo orientalizzante, nonchè oggetti decorativi in avorio di produzione chiusina, tra cui si distinguono una placchetta a forma di sfinge ed un piccolo volatile, forse la presa di una pisside, del primo quarto del VI secolo. Si aggiungono balsamari configurati, della prima metà del VI secolo a.C , di produzione corinzia o greco orientale o, per lo più, di imitazione etrusca, da attribuire a fabbriche dell’Etruria meriodionale.Tra questi piccoli contenitori, destinati a conservare unguenti profumati, se ne distinguono alcuni dalla forma particolare, per esempio di fallo, di cerbiatto, di gamba umana.
Essi testimoniano i contatti commerciali fra Val di Chiana e centri dell’Etruria merdionale , soprattutto tramite i centri propulsori di Vulci e Chiusi.Da segnalare gli oggetti in metallo di uso personale, come fibule a navicella (fine VII-inizio Vi sec. a.C.) e l’affibbiaglio di una cintura in ferro, nonchè le armi (asce, punte di lancia, coltelli), simbolo del potere sia politico che religioso del princeps.Tra i reperti più significativi della tomba spicca un “letto funebre”, composto da tre blocchi di tufo giustapposti su zampe sagomate; la cui decorazione frontale, a bassorilievo, presenta una scena di compianto funebre. Si susseguono, infatti, otto figure femminili inginocchiate: le due centrali si coprono il viso con le mani, quelle laterali si percuotono il petto. La scultura, inquadrabile nella produzione chiusina della seconda metà del VI secolo a.C, rappresenta uno dei termini ultimi della prima fase di utilizzazione della tomba e assume una particolare valenza, illustrando tra l’altro alcuni aspetti peculiari del culto funebre in Etruria in questo periodo.

Il Corredo della tomba B
I più antichi elementi del corredo di questa seconda tomba databili tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C., sono esposti nella vetrata 3.
A questo periodo si riferisce il complesso meglio conservato che appartiene all’ultima cella di sinistra.Tra il letto funebre e la parete della cella è stato recuperato un curioso vaso di sostegno traforato in bucchero; una sorta di “cestello”, a forma biconica, costituito da listelli verticali e incrociati che si congiungono in tre cercini di cui due alle estremità e uno al centro. Il manufatto, che può essere ricondotto ad ambiente vulcente, ricorda e imita alcuni tripodi bronzei a traverse incrociate del Lazio antico (Veio, Capena) e dell’agro falisco. In origine esso doveva sorreggere un altro vaso di grandi dimensioni senza piede, forse uno dei due dinoi in bucchero di cui sono stati ritrovati solo alcuni frammenti. Ai piedi del letto funebre era deposta anche un’ olla stamnoide della fine del VII a.C., destinata forse a raccogliere derrate alimentari, per il pasto rituale del defunto. Il grande vaso, di impasto arancione, era rivestito da un’ingubbiatura bianca sopra la quale è stata dipinta la decorazione in rosso e bruno: a baccellature sulla spalla, e a fasce sul corpo. Si notano inoltre frammenti di coppe e crateri, anfore, calici, kantharoi, oinochoai, etc.; vasi, cioè, per lo più destinati a contenere e a miscelare il vino, che si qualifica come elemento centrale del banchetto funebre. La pratica del simposio viene infatti tramandata come segno di distinzione aristocratica dal mondo greco a quello etrusco. Al corredo personale dei defunti vanno riferiti frammenti di alabastra di alabastro per essenze profumate, materiali in osso, tra questi, prese di pissidi discoidali e lastrine decorative in forma di foglia d’edera, di ala e di delfino. A testimoniare la presenza di sepolture femminili sono presenti rocchetti, tra cui uno in impasto buccheroide, nonché fuseruole, mentre i frammenti di lancia e di armi attestano deposizioni maschili e connotano ancora una volta il principe come guerriero. Alla fine del IV secolo a.C. si assiste ad una nuova utilizzazione della tomba durata fino al II secolo a.C.; si tratta di una voluta riappropriazione dei sepolcri arcaici che si riscontra anche nel tumuli I e II del Sodo. In questo periodo viene adottata la sepoltura ad incinerazione con urne fittili o in pietra, con tetto a doppio spiovente e peducci lisci o a zampe leonine. Si noti la presenza di ceramica etrusca a figure rosse di elevata qualità decorata per lo più con temi a carattere erotico e dionisiaco. Notevole è per esempio un cratere (kelebe) di fabbrica volterrana, con ogni probabilità destinato, come si riscontra spesso soprattutto a Chiusi e in Val di Chiana, a contenere le ceneri del defunto. L’esemplare attribuibile al pittore di Esione, una personalità di rilievo fra i ceramografi del IV secolo a.C., è decorato, sul ventre, da un gruppo formato da un satiro e da una menade e, sul collo, da un volto umano tra due cavalli legati ciascuno ad una colonna. Sono presenti anche due coppe, di fabbrica chiusina (c.d. gruppo Clusium), tra le quali se ne distingue particolarmente una con la raffigurazione di Fufluns (la divinità etrusca assimilabile a Dioniso) sopra un cervo tra due Menadi. Si aggiunge infine, tra gli oggetti personali, un manico di specchio in osso. Al III-II secolo si ascrivono poi vasi a vernice nera (piatti, ciotole,coppette etc.) e un gruppo di olle globulari in ceramica depurata.
Nella vetrata 3 sono esposti anche gli elementi scultorei ritrovati nel corridoio di accesso della tomba, realizzati in pietra fetida, un materiale litico, calcareo, proveniente dall’area di Chiusi, che deriva il suo nome dal cattivo odore emanato durante la lavorazione a causa dei suoi componenti sulfurei. I frammenti costituiscono una porzione della capigliatura di una sfinge da interpretare come “guardiana” del sepolcro e parti del volto, del corpo tabuliforme e delle mani di una figura femminile. Statue femminili simili, purtroppo raramente conservate e giunte fino a noi, sono di solito rappresentate nei gesti della lamentatio funebre, intente per lo più a percuotersi il petto o a incrociare le braccia o a stringere fra le mani la capigliatura; esse si ritrovano in altre tombe sia a Vulci che a Chiusi e nella tomba della Pietrera di Vetulonia. La produzione di queste sculture, appunto di tradizione vulcente, si sviluppa per lo più a Chiusi tra il tardo orientalizzante e la prima metà del VI sec. a.C.

 

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© 2006-2007 MAEC Cortona - Ultimo aggiornamento: 07/08/2008