Museo dell'Accademia Etrusca e della Città di Cortona
 
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MAEC: percorso Museo della Città etrusca e romana di Cortona


Sala 7: La sfera di influenza Cortonese

Sala 7 - al centro calderone con tripode ricostruito
Sala 7 - particolare della vetrata

A questo orizzonte cronologico esistono potentati che sfuggono al controllo dal nascente centro di Cortona e forse ha più senso parlare di confini dei singoli domini piuttosto che di confini generali di una città che, solo in età più avanzata, possono meglio essere identificati. Tali potentati sono dislocati, oltre che sull’area centrale sopra menzionata (Cortona con i tre tumuli, ciascuno rappresentante un singolo potentato), su due versanti, frazionati a loro volta sotto l’influenza di gruppi gentilizi o reguli locali: uno che guarda all’area montana verso la Valtiberina e i suoi passi; l’altro che abbraccia i territori verso il fiume Clanis, in entrambi i casi due zone fondamentali per viabilità e commercio.
Per il versante montano significativo è il rinvenimento della stele di Monte Gualandro, presentata solo come confronto iconografico, segnacolo di una tomba pertinente ad un principes etrusco di VII-inizi VI secolo a.C., che controlla un’area al confine tra il distretto cortonese e quello perugino. Ma sono soprattutto i contesti tombali di Trestina località Tarragoni e Fabbrecce riferibili a principi che controllano i passi e la viabilità montana, assi strategici per il commercio che dall’area Adriatica raggiunge, attraverso la Val Tiberina, le città etrusche dell’interno, a dimostrare il grado di potenza di tali gruppi.
Per il secondo territorio basta pensare al tumulo di Poggio di Schicchi, in località Mitiano (Farneta), definito dal François “il più grande tumulo della Valdichiana”, saccheggiato a metà Ottocento dalle truppe del nuovo regno d’Italia e tragicamente distrutto per estrarne terra per la costruzione dell’Autostrada del Sole negli anni sessanta del Novecento; oppure a quello ancora inesplorato in località Castellare presso Montecchio del Loto; o, ancora, ai materiali della stipe di Brolio, lungo il Clanis, che rimandano a gruppi aristocratici che controllano i commerci fluviali; o, se pur più tarde, alle necropoli di Foiano o Bettolle (se pure più probabilmente sotto l’egemonia di Chiusi).
E’ solo con l’imporsi della città e del suo governo, certo oligarchico ma espressione di una pluralità di componenti politiche consorziate da interessi economici e militari comuni che, a partire dagli inizi del V secolo a.C., tutto il territorio viene assoggettato alla sempre più numerosa comunità urbana dotata di un esercito pubblico e riorganizzata secondo generali interessi relativi alla viabilità, sfruttamento delle risorse territoriali, difesa, con un processo non molto dissimile da quello che il comune di età medievale seguì nel sottrarre poteri e terre ai piccoli feudatari locali. Le sepolture della tomba 2 del tumulo II del Sodo, il cui corredo più antico è databile al 460 a.C., ci consegnano forse il segno di questo importante cambiamento politico se, come è probabile, i due diphroi testimoniati da perni e peducci bronzei, alludono a cariche magistratuali ormai proprie di un governo cittadino.

La tomba principesca di Trestina-Tarragoni (vetrata 9)
Sono esposti una serie di oggetti in bronzo relativi ad una tomba principesca utilizzata fra la metà del VII secolo a.C. e la fine del VI secolo a.C., rinvenuti nel fondo denominato “Tarragoni”, non lontano da Trestina, a seguito di lavori agricoli eseguiti nel 1878.
Tra gli elementi di corredo un gruppo di armi connota il defunto come principe guerriero sia attraverso oggetti con una vera funzione militare (4 elmi di tipo italico a tesa rinforzata e i morsi equini che alludono al currus, la biga dei principi-guerrieri) sia attraverso oggetti dotati di valore “simbolico”, da “parata”, come l’elmo corinzio (due esemplari), la scure bronzea con “testa a manicotto”, di VII secolo a.C., simbolo del potere civile e religioso del principes, due asce di bronzo ad alette “tipo Bambolo” di tradizione villanoviana, oggetto carico di significati legati al potere più antico e tramandato per generazioni. Alle armi si aggiungono oggetti di ornamento personale, come due armille in bronzo, ed un manico di strigile della fine del VI secolo a.C., forse di produzione greca.
Tre appliques bronzei a protome di cervo, di produzione urarteo-assira, erano pertinenti probabilmente alla decorazione di un trono ligneo, indicando la precisa volontà del principes di richiamarsi al costume e all’ideologia dei dinasti dell’Anatolia.
Un consistente gruppo di oggetti è riferibile alla sfera del banchetto e del simposio, momento qualificante di socializzazione dei ceti élitari, durante il quale si consuma vino conservato all’interno di preziosi vasi di bronzo o si arrostisce ritualmente la carne.
Tre anse ed un piede bronzeo sono pertinenti ad oinochoai “rodie” tipo C di produzione etrusca (prima metà del VI secolo a.C.) ma derivata da prototipi greco-orientali. Un’ansa desinente a protome leonina apparteneva ad una plumpe kanne, una brocca massiccia di fattura vulcente della fine del VI secolo a.C.
Riferibili al servizio da tavola sono due patere bronzee, veri e propri piatti per consumare il cibo e frammenti di bacili di probabile importazione cipriota. Alla fase della cottura dei cibi si riferiscono il tripode da fuoco e l’alare in ferro.
Un gruppo di protomi zoomorfe in bronzo fa riferimento a due grandi calderoni bronzei, sul cui orlo erano originariamente applicate. Uno dei due, databile alla fine del VII secolo a.C., era ornato da protomi di stambecco e posto su un tripode in ferro che presentava alla base zoccoli taurini, appliques a forma di stambecco a metà altezza, tre protomi di toro sulla corona superiore e un terminale a triplice testa di cervo fissato nel punto di incontro delle verghe trasversali del tripode. Di tale calderone, adibito probabilmente alla bollitura delle carni, si ripropone una ricostruzione in calco al di fuori della vetrata. L’altro calderone, del primo venticinquennio del VI secolo a.C., era ornato da quattro protomi di grifo e forse era adibito alla miscelazione del vino con l’acqua.

Altre sepolture a Trestina (Vetrata 10)
Un altro gruppo di materiali, sempre compresi fra la metà del VII secolo a.C. e la fine del VI secolo a.C., è riferibile ad un analogo contesto sepolcrale rinvenuto negli stessi anni del primo, vicino a Trestina ma in luogo e situazione non precisata. Si tratta anche in questo caso essenzialmente di oggetti bronzei riferibili alla sfera del banchetto e del simposio: quattro anse decorate nell’attacco superiore da rotelle sono riferibili ad oinochoai di tipo rodio (tre del tipo A del terzo venticinquennio del VII secolo a.C.; una al tipo B della fine del VII-inizi VI secolo a.C.); quattro anse mobili a sezione circolare appartengono almeno a due bacili in lamina bronzea di fattura orvietana; un infundibulum di cui è conservato il manico orizzontale (manca il passino e l’imbuto), desinente a protome di ariete per poterlo appendere, che aveva la funzione di filtrare e versare liquidi (essenzialmente vino). Nel gruppo delle ceramiche sono presenti due alabastra di produzione etrusco-corinzia (fine VII-inizi VI secolo a.C.), un frammento di orlo di kantharos in bucchero sottile, recipienti di impasto della fine del VII secolo a.C.(calice su alto piede e tazza). Notevoli una pisside in impasto con coperchio a decorazione plastica (serie di dischi) di influenza picena e un vaso colatoio forse riferibile alla lavorazione dei latticini. Fra gli oggetti di ornamento personale maschile un’armilla in bronzo fuso e lo spillone di una fibula ad arco serpeggiante, del VII secolo a.C.

Elmo a calotta in bronzo da Fabbrecce - particolare dei sostegni per il cimiero

I principes di Fabbrecce (Vetrata 10)
A partire dal 1901 iniziarono una serie di rinvenimenti sporadici sul fondo dei fratelli Belei, presso la località Villa, a Fabbrecce che portarono, nel 1902, a regolari scavi finanziati dallo stesso Reale Museo Archeologico di Firenze ed all’individuazione di una tomba a fossa orientata in direzione nord-ovest che, all’origine, doveva essere ricoperta da un’armatura di travi a sua volta coperti da uno strato di ciottoli. All’interno giaceva il corredo, profondamente danneggiato per il crollo della copertura in legno a seguito del deterioramento sotto il peso del pietrame.

I rinvenimenti del fondo Paolo Belei
Dei rinvenimenti relativi al 1901 sono esposte i resti pertinenti ai manici dei coperchi di due diverse situle di produzione vetuloniese (un busto maschile e appendici plastiche zoomorfe di bronzo e una statuetta di centauro), alcuni aryballoi ed alabastra di produzione corinzia dell’ultimo trentennio del VII secolo a.C.

La tomba a fossa del fondo Giuseppe Belei
Della tomba rinvenuta nel 1902 si espone il corredo. Un elmo a calotta in bronzo laminato con, sulla sommità, due figurine alate in bronzo per il sostegno del cimiero, le numerose armi in ferro (cuspidi di lancia ed asce), un frammento di scudo sbalzato, i resti in ferro di ruote di un currus (una biga di cui è esposta l’anima in ferro della ruota con il cerchione in legno ricostruita) e finimenti equini in ferro, connotano il personaggio come un principe guerriero. Al mondo del banchetto rimandano una grande anfora ed un’olla con decorazione excisa (per la conservazione di derrate o liquidi); al consumo delle carni un coltello in ferro, due anse a bastoncello in bronzo, superiormente decorate da protomi di animali affrontate ai lati di un fiore di loto stilizzato ed un piede di bronzo troncoconico pertinenti ad un lebete.
La tipologia della deposizione, la presenza del carro, l’elmo (appartenente alla “variante Fabriano”) rimandano chiaramente al mondo piceno. Anche la ceramica, di impasto lisciato e di produzione locale presenta, specie nella grande anfora e nell’olla con decorazione excisa, precisi contatti con il mondo falisco-capenate e piceno. L’assenza del defunto può altresì essere spiegata con l’uso diffuso nel piceno di seppellire la salma in una zona contigua ma distinta dalla sepoltura che accoglie gli oggetti. Si tratta probabilmente di un personaggio di rango di origine picena trasferitosi nel centro altotiberino forse a seguito di un matrimonio con una principessa locale, che volle sottolineare con il suo corredo, oltre che la propria opulenza, l’appartenenza ad un preciso gruppo etnico, quello piceno.

Kylix attica a figure nere da Foiano - particolare della decorazione dell'ansa

Le necropoli di Bettolle e di Foiano (Vetrata 11)
Si espone una selezione di oggetti provenienti dagli scavi ottocenteschi delle necropoli di età tardo arcaica presso la villa del conte Napoleone Passerini a Bettolle, rispettivamente nel podere Quercia Caffera, nel parco della villa e nel fondo Belvedere (quest’ultima sulla base delle iscrizioni delle urnette cinerarie attribuibile alla famiglia degli Heimni). E’ possibile apprezzare uno specchio in bronzo con incisa la raffigurazione di Hercle (Eracle) e di Menerva (Athena), ai lati di Tinia (Zeus), una serie di oreficerie tra cui spicca un diadema di foglie in oro laminato, un graffione in bronzo per il banchetto.
Dagli scavi ottocenteschi condotti in maniera avventurosa da Giacomo Tempora e Giuseppe Capannelli in occasione dei lavori per la costruzione del viale S. Francesco, a Foiano della Chiana, proviene la kylix in ceramica attica bilingue, attribuita alla maniera del Pittore di Lysippides, databile all’ultimo trentennio del VI secolo a.C. La kylix, è decorata sui due lati, nella tecnica a figure nere, da due gruppi di divinità, tra due grandi occhi apotropaici (su un lato Atena al centro ed Eracle ed Hermes ai lati; sull’altro Dioniso, Hermes ed un satiro); sotto le anse due opliti accovacciati con accanto personaggi vestiti alla maniera scita. All’interno è visibile un grande gorgoneion nella tecnica a figure rosse. Sul fondo corre una lunga iscrizione etrusca. La sua acquisizione da parte del Reale Museo Archeologico di Firenze, diretto da L.A. Milani, fu il frutto di una complessa trattativa cui parteciparono, nel ruolo di mediatori fra il Tempora e l’Istituto Fiorentino, gli archeologi Wolfang Helbig (che per primo aveva descritto i rinvenimenti di S. Francesco e la stessa kylix nel Bullettino dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma) e Gianfrancesco Gamurrini.

 

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© 2006-2007 MAEC Cortona - Ultimo aggiornamento: 07/08/2008