Museo dell'Accademia Etrusca e della Città di Cortona
 
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MAEC: percorso Museo della Città etrusca e romana di Cortona


La delimitazione sacrale dei confini (Sala 3)

La nascita della città: la prima monumentalizzazione di fine VI secolo a.C.

Se le tappe di avvicinamento da un grande villaggio ad una struttura urbana sono note per Cortona solo in forma sporadica, si può ritenere, sulla base degli elementi topografici fondamentali del centro storico, che la città sia stata ad un certo punto “fondata” o meglio “rifondata”, intorno alla fine del V secolo a.C., secondo i precetti dell’etrusca disciplina. Anche attraverso l’osservazione del plastico ricostruttivo della città, in esposizione, si possono definire le tappe successive del processo di urbanizzazione. Si può ragionevolmente ipotizzare che nell’area successivamente occupata dalla fortezza di Girifalco, inglobata per ragioni ideologiche –come sottolinea Mario Torelli- all’interno della cerchia muraria, sorgesse l’arx, luogo dove venivano presi gli auspici finalizzati alla fondazione di una città, o all’investitura del potere di re prima e magistrati poi. Da quel rilievo era possibile per gli auguri esercitare la spectio, cioè l’osservazione degli spazi celesti, di norma orientata verso Sud o Sud-Ovest, avendo di fronte un territorio che andava dal lago Trasimeno fino al territorio limitato dal fiume Chiana e, più ad ovest, i confini verso il territorio di Arezzo. L’etrusca disciplina prevedeva inoltre che gli spazi celesti e la loro suddivisione fosse trasferita, per via magica, nel terreno. In questo senso, sempre secondo Mario Torelli, il cippo rinvenuto nel XVIII secolo in località il Campaccio, presentato in copia e recante l’iscrizione tular rasnal, ossia fines publici (confini pubblici) incisa in maniera contrapposta sulla stessa faccia ma in modo da consentirne la lettura da due lati, va interpretato come uno dei limiti entro i quali gli auguri potevano esercitare la spectio.
Statuetta in bronzo di offerente femminile.
Camucia, via Capitini
 

La recente acquisizione archivistica dell’esistenza, ancora negli anni Cinquanta del novecento, di un altro cippo con analoga dicitura sempre in località il Campaccio, nella proprietà del Marchese Alessandro Petrella, avvalora ulteriormente l’importanza di questo limite della spectio. L’immaginario arco di cerchio che, tracciato nei due sensi a partire dai due segnacoli del Campaccio, dove è attestato un santuario, incontra verso est, in direzione di Perugia, S. Angelo a Metelliano, sede di un santuario in età romana dedicato a Bacco, e, proprio ad est, Tecognano, probabile teonimo che potrebbe lasciar presumere l’esistenza di un santuario dedicato a Tece Sans e che coinciderebbe con lo spazio dedicato a Tecum del sistema cosmico etrusco ricostruibile in base alla descrizioni delle fonti latine. In direzione sud la spectio sarebbe delimitata dai santuari di Via Capitini e dei Vivai Felici a Camucia. Procedendo verso ovest il limite della spectio potrebbe essere rappresentato da un santuario ubicabile non lontano dai tumuli del Sodo.
Le mura di Cortona furono saggiate integralmente da Aldo Neppi Modona intorno al 1929 mentre successive indagini mirate si sono svolte negli anni 1986-1990. Si tratta complessivamente di una sorta di rettangolo di km 3,8 di perimetro. Nell’aspetto attuale (sono datate al V-IV secolo a.C. e non si hanno dati circa l’esistenza di cerchie più antiche, nella tecnica dell’agger, successivamente soppiantate), sono realizzate con tecnica costruttiva pseudoisodoma che utilizza blocchi quadrangolari delle dimensioni più diverse (anche oltre 3 metri di lunghezza in alcuni che appartengono al basamento), disposti su filari regolari, talora con zeppe, fronte bocciardata e tracce di anathyrosis.

Tratto murario etrusco in località Bramasole
Tratto murario etrusco presso
porta Colonia

Non si hanno tracce sicure dell’esistenza di torri. Pochi sono i dati topografici delle aree interne alle mura nel corso della prima grande monumentalizzazione della città, avvenuta probabilmente intorno alla fine del V secolo a.C. Sicuramente è riconoscibile un grande asse stradale che da Est-Nord Est (attuale porta S. Maria) recava ad Ovest-Nord Ovest (dove era la porta presso l’attuale chiesa di S. Domenico). Un altro ipotetico asse stradale che incrociava il precedente, e che andava da Porta Colonia o una porta limitrofa a porta S. Agostino è al momento meno provato. E’ abbastanza evidente come gli edifici fossero disposti su una serie di terrazze artificiali, di cui la principale (la probabile area forense etrusca e romana) coincidente con le attuali piazza Signorelli e Piazza della Repubblica, è delimitata da un grande muro di sostruzione, di cui una parte è venuta alla luce nel 1986 nel corso degli scavi sotto Palazzo Casali; la sua continuazione, già nota, è visibile nelle fondamenta del palazzo della Cassa di Risparmio di Firenze e in parte lungo via Garibaldi e termina, presumibilmente, sotto il palazzo Comunale, perfettamente allineato con i precedenti. E’ probabile che, almeno in una prima fase, la piazza principale potrebbe avere ospitato anche il centro di incontro del cardo e decumanus, noto dalle fonti come mundus dove, non di rado, venivano realizzati pozzi o stipi votive. Altre importanti terrazze dovevano essere quella dove sorge attualmente la chiesa e il convento di S. Francesco, il cui nome, Bagno della Regina, potrebbe rimandare, più che ad un’area di terme romane, ad un più antico tempio etrusco dedicato a Uni-Giunone che, in funzione di protettrice delle nascite delle città, aveva l’appellativo di “Regina”, similmente alla Uni del santuario di Portonaccio, a Veio, nota nelle fonti latine come Iuno Regina, o alla Uni venerata presso l’ara della Regina, a Tarquinia. Troverebbe pertanto un contesto probabile il parallelepipedo in bronzo con la dicitura mi Unial Curtun esposto presso il Museo dell’Accademia Etrusca ed una spiegazione più eloquente il fatto che l’intitolazione della Pieve più antica del centro storico sia dedicata a Maria, con probabile assimilazione del culto. Della terrazza che poteva ospitare il tempio una parte di contrafforte potrebbe essere costituito da un muro noto in letteratura in via dell’Amorino (del quale si ricorda anche un arco), ed attualmente non più visibile. Altre terrazze possono essere individuate nella piazza dove sorge la cattedrale di Cortona, dove sono le attuali piazza della Pescaia e la chiesa di S. Cristoforo (qui è noto un tratto murario) e, forse, l’area prospiciente la Basilica di S. Margherita. E’ evidente comunque come l’abitato sia completamente concentrato nella parte sud-ovest della città ed è in questo settore che comincia la più antica occupazione del colle. L’approvvigionamento idrico della città etrusca di V e IV secolo a.C. non è noto ma è molto probabile che sia stato analogo a quello, ben più attestato, di età ellenistico romana.
Fra le porte urbiche rimaste ancora conservate è la Porta Bifora o Ghibellina, indagata dall’Università degli studi di Perugia fra il 1986 e il 1990, originariamente a fornice unico, nel corso del secondo secolo trasformata in ingresso monumentale a duplice fornice e grande cassero, sorta di porta trionfale e punto di partenza delle direttrici verso Chiusi ed Arezzo e, probabilmente, connessa fin dai tempi più antichi tramite ripidi tracciati con la vicina area di necropoli dove sorgeranno, in epoca ellenistica, la tanella Angori e quella di Pitagora. Una porta è riconoscibile nel saliente delle mura di fronte alla chiesa di S. Domenico. Da qui doveva uscire la strada in direzione di Perugia. Un’altra porta doveva coincidere con quella che oggi è nota come porta Montanina, dalla quale partiva la via per la montagna e la Valtiberina. Non è chiaro se presso l’attuale porta Colonia fosse presente anche un altro accesso, forse individuabile nel tessuto murario, ma la presenza di tombe etrusche nella zona attualmente occupata dalla chiesa di S. Maria Nuova avvalorerebbe l’ipotesi. Altra porta doveva essere doveva essere stata presente al posto dell’attuale porta di S. Maria, a giudicare dall’allineamento dell’imponente muro dell’area forense con l’asse di via Garibaldi. Forse un’ultima porta era sul lato settentrionale delle mura, dove fanno una vistosa rientranza. Anche da lì doveva partire il tracciato verso Castel Girardi e la montagna. L’esistenza di probabili proprietà terriere appartenenti a santuari è testimoniata dal rinvenimento negli anni sessanta del secolo scorso del cippo in arenaria con dicitura (luthcval canthisal) non lontano da Viale Passerini, ed esposto accanto al cippo del Campaccio. Alcuni santuari suburbani sono in effetti attestati a ridosso della città: dal santuario della porta Bifora, di età ellenistica, dedicato a Culsans e Selvans, a quello di Fontocchio, in direzione di Camucia, i cui ex voto rimandano ad una divinità femminile salutare. Come prevedeva l’etrusca disciplina, le necropoli urbane erano dislocate rigorosamente al di fuori della cerchia muraria.

Le necropoli urbane
Il rapporto della città con le necropoli urbane fu reso possibile da una serie di percorsi e fitti reticoli che permettevano la costante e facile visita dei parenti ai defunti. Non sono note tombe di età arcaica e classica nei dintorni della città, tanto da dover presumere, anche alla luce dell’ubicazione della tomba seconda del Tumulo II del Sodo, che, a parte la prima fase di sepoltura presso le Piaggette in età villanoviana, la parte consistente della necropoli cortonese fino al IV secolo a.C. fosse dislocata dall’area dell’attuale Cimitero fino a quella dei tumuli del Sodo.

Cortona etrusca nelle fonti letterarie greche e latine
La vivacità dei contatti culturali e commerciali della città etrusca con la Grecia si riflette anche nella precoce conoscenza della stessa da parte degli storici greci. Sui pannelli a parete è possibile leggere le testimonianze degli autori antichi riguardanti Cortona. La città è infatti menzionata, già nel V secolo a.C., da Erodoto (I, 57) che la ubica sopra i Tirreni (intendendo forse con ciò a nord dell’Etruria meridionale, più nota direttamente al mondo commerciale greco), definendola di origine e di lingua coincidente con quella delle città pelasgiche della Tessaglia e dell’Ellesponto, e diversa da quelle dei centri circonvicini (espressione più comprensibile se si intende con ciò il versante umbro, confinante con Cortona, di lingua indoeuropea). La costruzione mitografica della città dovette essere avviata non molto dopo la fondazione ufficiale della stessa se precisi contatti commerciali tra il versante adriatico e l’Etruria interna, dove un ruolo preminente era giocato dal versante umbro direttamente a contatto con Cortona, vennero precocemente trasfigurati in leggenda già nel IV secolo a.C. Che il processo di costruzione dell’immagine fosse in atto già a questo orizzonte cronologico è adombrato da Dionisio di Alicarnasso (I, 28, 3), scrittore di età augustea, il quale, riporta un passo di Ellanico Lesbio, uno dei rappresentanti della speculazione etnografica di IV secolo a.C.. Ellanico ci rende noto che i Tirreni, noti prima con il nome di Pelasgi, presero la denominazione che hanno ora dopoché si stanziarono in Italia. Sotto il regno di Nanas, discendente del re Pelasgo, i Pelasgi furono infatti cacciati dagli Elleni e, lasciate le navi presso il fiume Spinete nel golfo Ionico (da identificare con Spina), presero la città di Crotona nell’interno, città che precedentemente apparteneva agli Umbri (ancora Dionisio I, 20, 4). In accordo a quanto riportato da Ellanico Lesbio non mancano tradizioni antiche confrontabili che fanno andare Ulisse anche in Etruria, dove era conosciuto con il nome etrusco di Nanos (l’errabondo) e che localizzano anche nei dintorni di Cortona, presso il monte Perghe (comunemente identificato con Pergo) la sua sepoltura (Lycophr., Alex., vv. 805-808 e v, 1244 e commentatori e scoliasti successivi ai due passi).

 

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© 2006-2007 MAEC Cortona - Ultimo aggiornamento: 07/08/2008