Museo dell'Accademia Etrusca e della Città di Cortona
 
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MAEC: percorso Museo della Città etrusca e romana di Cortona


Difese degli uomini e protezioni degli dei: Sala 8, Vetrata 12

L'area santuariale in corso di scavo di via Capitini, Camucia

La città era caratterizzata ormai per la presenza di numerosi santuari civici e suburbani come nelle altre città etrusche.
Fra i santuari urbani particolare rilevanza assumeva quello dedicato alla triade capitolina, di solito posto al centro della città; gli altri si distribuivano come una sorta di cintura intorno alla cinta muraria che proteggeva l’acropoli insieme al nucleo urbano; in particolare essi erano collocati in corrispondenza delle porte, quest’ultime infatti dovevano essere particolarmente difese, in quanto punti deboli e suscettibili di penetrazione all’interno dell’abitato.
I santuari suburbani invece, ben visibili dall’alto della città, formavano una seconda cintura protettrice corrispondente ai confini (tular) del territorio dominato dal nucleo urbano.
In antico il tempio (templum) consisteva nello spazio assegnato dall’augure al divino, in cielo e in terra e quindi non era rappresentato solo nell’edificio sacro, pertinenza esclusiva del dio, bensì dal terreno che la comunità dedicava alla divinità perché vi abitasse e che era delimitato da un recinto sacro (temenos), ove era collocato l’altare ed entro il quale potevano accedere i fedeli.

Particolare del crollo del tetto
dell'area santuariale di via Capitini, Camucia

Antefissa con scena equestre
località I Vivai, Camucia

L’edificio sacro etrusco di tipo canonico (tuscanico), come ci tramanda Vitruvio, riprendeva nella maggioranza dei casi, almeno a partire dalla fine del VI secolo a.C., lo schema della casa con una parte anteriore provvista di colonne (pronao), corrispondente all’atrio, ed una posteriore, in genere tripartita. Esso era cotruito, a sottolinearne l’eccezionalità sopra un alto podio con una scalinata frontale di accesso.
Nel centro storico di Cortona, per il sovrapporsi della città moderna a quella antica non sono conservate, almeno alla stato attuale della conoscenza, strutture di edifici sacri in situ anche se indizi della presenza di un luogo sacro sono stati rinvenuti sotto palazzo Casali.
L’esistenza, di santuari tuttavia, è attestata da alcuni oggetti sacri rinvenuti nel tempo.
Due statuette raffiguranti una Culsans (omologo al latino Giano garante della protezione dello spazio interno alla città) l’altra Selvans (il latino silvano dio dei boschi , dei confini e dello spazio esterno), rinvenute nell’800 davanti alla porta Bifora, testimoniano, per esempio, la presenza di un deposito votivo riferibile ad un santuario nei pressi della porta stessa.
Questo sacello aveva una funzione protettrice nei confronti dell'ingresso e non a caso sono presenti due dei propylaioi come Giano e Silvano, protettori una dell’area interna alla città e l’altra del territorio.
La porta Bifora, in seguito ai recenti scavi, ha mostrato due fasi, la prima ad un unico fornice, la seconda, risalente al II secolo a.C,. a doppio fornice, esibendo una tipologia architettonica, rara in epoca etrusca, e adottata invece più frequentemente in epoca romana, per esempio nella porta dei Leoni di Verona, nella porta Nigra di Treviri e in quella di Nimes.
Ancora una basetta di forma parallelepipeda, nota fin dal ‘700 e pertinente ad un oggetto non identificabile con certezza, certifica mediante l’iscrizione su di essa impressa mi: unial curtun tinscvil (io sono un oggetto sacro per Uni di Cortona) l’esistenza di un santuario dedicato appunto a Uni (Giunone).
Alla dea Uni viene conferito in questo caso l’appellativo di cortonese e questa circostanza ci consente così, fortunatamente, di venire a conoscenza anche il nome etrusco della città che è appunto curtun.
Un altro reperto straordinario che ci rivela l’esistenza di un santuario suburbano è in celebre lampadario bronzeo di Cortona, uno dei pezzi simbolo di questa antica polis, ascritto alla seconda metà del IV secolo a.C. e attualmente esposto nella sezione storica del museo.
La destinazione sacra del pezzo viene suggerita da una targhetta iscritta del II sec. a.C. trovata insieme al lampadario, che rappresenta forse una nuova dedica alla divinità, in un periodo ormai molto posteriore alla fabbricazione dell’oggetto da parte della famiglia Musni.
In Grecia inoltre lampadari in bronzo e addirittura d’oro, come quello che Callimaco creò per Atena sull’acropoli, erano collocati nei santuari; è quindi verosimile che anche il manufatto fosse posto all’interno di un tempio situato nella piana cortonese, in una località non più sicuramente identificabile, in quanto le circostanze di acquisizione del pezzo mantengono ancora lati oscuri.
Fra i santuari extraurbani e di campagna si annoverano, quello cui si riferisce un cane bronzeo dedicato a Calu (esposto nel museo di Firenze) un altro a Peciano, presso il Mulino Piegai che ha restituito ex voto costituiti da bambini in fasce connessi forse alla presenza di un culto delle acque e della fertilità e uno scarabeo con la figura di Perseo e l'iscrizione pherse, proveniente dalla zona limitrofa.
Altri sono individuabili sempre sulla base dei rinvenimenti a Fontocchio e al Campaccio, come testimoniato da un bronzetto raffigurante un Grifo con iscrizione dedicatoria a una divinità anonima.
Da queste due località provengono rispettivamente 2 statuette bronzee di cui una di guerriero citate dal Gamurrini, e statuette etrusche confluite poi nel Museo di Leida.
Un ultimo luogo sacro, dedicato a Tece Sans, è rintracciabile presso il Trasimeno. Ad esso si riferisce il celebre donario costituit dalla splendida statua con iscrizione c. d. dell’Arringatore, che nell’esposizione viene presentata in calco.
Nel territorio limitrofo tra Castiglion Fiorentino e Arezzo, si possono inoltre identificare altri due culti, uno dedicato alle divinità femminile Thuflth, citata nel fegato di Piacenza e in un candelabro da Montecchio (C.I.E. 446) e l'altro a Mantr, probabile divinità dell’oltretomba, il cui nome è presente in un bronzetto da Vitiano (C.I.E. 447).

L'esposizione

Data la labilità e l’esiguità delle testimonianze dei santuari civici l’esposizione è incentrata soprattutto sui materiali di due santuari extraurbani (da via Capitini e dalla località Vivai) presenti nall’odierno centro di Camucia, posto al di sotto della città antica, ove le ricerche condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana, a partire dagli anni ‘90 hanno messo in luce edifici databili fra il IV secolo a.C. ed il III d.C., tra cui per esempio in via Gramsci, le strutture di una probabile mansio, (I sec. a.C.- III d.C.).
Questi dati fanno sì che Camucia possa considerarsi come un vero e proprio vicus di Cortona, posto sulla antica via Cassia e antenato dell’odierno insediamento.

Il santuario di via Capitini (area dell’Ex Consorzio Agrario)
Identificato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana per mezzo di ripetute campagne di scavo svoltesi tra il 2000 ed il 2004 si presenta come un articolato complesso di due edifici paralleli (A e B), col medesimo orientamento, separati da una canaletta per il drenaggio delle acque, costituita da spallette di blocchi di arenaria squadrati probabilmente di riutilizzo con un fondo in lastrine di arenaria; la struttura fu ulteriormente foderata, forse per prevenire perdite di acqua, con coppi disposti longitudinalmente con la parte concava verso l’alto.
L’edificio A, a pianta rettangolare irregolare, costruito con blocchi e lastre di arenaria, consta di almeno 5 vani,.
Per questa costruzione si sono riconosciute almeno due fasi di vita, la più antica delle quali è rappresentata dai vani IV e V, ambedue riutilizzati - e in parte ricostruiti - anche in una fase successiva più recente; il vano IV ha restituito alcune ollette miniaturistiche contenenti fibule e anellini bronzei, disposte in fila a ridosso di uno dei muri perimetrali. Interessante anche il ritrovamento, in prossimità di uno dei muri esterni, di una coppa etrusca sovradipinta databile alla prima metà del IV secolo a.C.
Il secondo edificio (B) coevo alla seconda fase dell’ edificio A, è costituito da un muro, in blocchetti e lastre di arenaria, nel quale si innestano tre e forse quattro muri divisori formanti delle piccole celle.
Sulla fronte di questo edificio sono state messe in luce tre basi in pietra recanti un innesto circolare per colonne, alternate a tre basamenti intonacati, interpretabili come piccoli altari.
Data la presenza delle basi di colonne è possibile presupporre che questo edificio fosse munito di un portico in materiale deperibile, che proteggeva gli altari.
Il tetto del porticato del quale si è ritrovato il crollo perfettamente conservato in situ, doveva essere decorato con elementi coroplastici, tra i quali si conservano un imbrex a protome di cavallo ed un altro a protome di grifo, che trovano qualche analogia con decorazioni acroteriali del Museo Nazionale di Capua.
Intorno ai piccoli altari erano disposte offerte votive quali statuette di offerenti in bronzo, fibule, anellini, monete, vasi miniaturistici, punte di freccia e piccoli elementi aurei.
Numerosi reperti bronzei sono stati trovati, insieme a tracce di fuochi, sparsi anche sul piano di calpestio nell’area antistante l’edificio.
Proprio la presenza di questi oggetti di carattere votivo, insieme alla tipologia delle strutture, fanno ritenere che i due complessi avessero una destinazione non meramente abitativa, bensì di carattere cultuale.
Numerosi reperti bronzei (fibule, anellini, monete, un colino) sono stati trovati, insieme a tracce di fuochi, sparsi sul piano di calpestio nell’area antistante l’edificio.
Si è inoltre individuata, nella zona tra l’edificio A e la canaletta, una fossa circolare riempita di pietre e tegole.
Per quanto riguarda la cronologia, i reperti rinvenuti attestano un’ampia escursione dalla fine del VI al II sec. a.C., con almeno due fasi di vita relative agli edifici.
Altri materiali ( ceramica sigillata, monete, vetro millefiori) indicano una più ampia frequentazione del sito per tutto il periodo romano), con un termine ultimo rappresentato da alcune monete votive di Massimiano.
L’interesse di questo complesso è determinato dal fatto che esso costituisce l’unica testimonianza rimasta a Cortona di strutture conservate pertinenti ad un luogo di culto, essendo i santuari cortonesi, come si è sopra accennato, indiziati solo in base al ritrovamento di reperti d’uso votivo e/o da decorazioni coroplastiche.
Il lungo periodo di vita del complesso, lo schema tipologico articolato, che si discosta dallo schema più consueto del tempio tuscanico ne fanno un esempio unico in ambito cortonese.
Allo stato attuale della ricerca risulta però difficile l’inquadramento tipologico del complesso, in quanto le indagini non sono ancora state completate e quelle condotte sono state limitate in estensione dalla presenza di costruzioni moderne presenti nell’area.
Nell’esposizione della vetrata 12 sono presentati uno degli elementi di decorazione acroteriale e quattro bronzetti, uno raffigurante un offerente femminile con lunga veste di età tardo arcaica (580-560 a.C.) altri tre offerenti maschili di età ellenistica (III-II sec. a.C. che attestano la continuità di culto nel corso del tempo.
Quanto rimane del santuario in località Vivai, è frutto di un intervento di emergenza condotto dalla Soprintendenza tra il 1991 e il 1994.
L’area di scavo si presentava fortemente compromessa da uno scavo distruttivo e da profondi sbancamenti per la realizzazione di una lottizzazione.
Sono venuti alla luce, in giacitura secondaria, numerossimi frammenti di elementi decorativi pertinenti a vari livelli di riempimento.
Si tratta di reperti fittili da costruzione tegoli coppi e mattoni associati a frammenti di decorazione architettonica (antefisse, sime, lastre decorate con lotte fra animali ed elementi fitomorfi, tra cui una acroteriale con scena equestre), pertinenti a decorazioni di un probabile sacello di tipo etrusco italico ascrivibile al II secolo a.C. in base ai confronti con altri materiali aretini e chiusini.
Di questo santuario non si sono però ritrovate tracce dirette, si è individuata una sola struttura di qualche rilievo e cioé una canalizzazione con elementi di reimpiego, afferente a possibili costruzioni che potevano essere presenti nell’area limitrofa non ancora scavata.
Né quindi si può individuare con esatteza le caratteristiche del culto che potrebbero essere in via di ipotesi, salutari, dato che fra i reperti è presente un frammmenti di ex voto di statuetta fittile di bambino in fasce.
Nella vetrata12 viene proposta una ricostruzione grafica della decorazione del tempio che mette a confronto frammenti di lastre architettoniche originali con lastre architettoniche ricostruite.
Sono presenti lastre che rivestivano il tetto a doppio spiovente con frontone aperto, decorate con motivi vegetali e geometriche.
Lo spazio frontonale doveva prevedere decorazioni a lastre di cui resta una scena equestre. Le antefisse che dovevano ricoprire sono per lo più decorate a stampo e tra esse vi sono una testa feminile con berretto frigio e, dentro un nimbo di larghe foglie.
Una serie di frammenti architettonici a matrice decorata da animali potrebbe non essere pertinenti allo stesso edificio.
Lo stile di queste terrecotte architettoniche, che trova ampi e stretti confronti con materiali aretini (S. Croce, via Roma, S. Niccolò, Catona) e chiusini di secondo secolo, in una sorta di koinè, riflette un momento in cui in tutta l’Etruria settentrionale ed in particolare nel territorio aretino e cortonese si registra un ritrovato benessere economico, tetimoniato anche dalla costruzione di numerose fattorie un nuovo fervore edilizio e un generale rifacimento di edifici pubblici e di culto.
Il resto del materiale è costituito da ceramica a vernice nera (piatti,ciotolle olpette) destinate alle pratiche di culto.
L’esposizione si conclude con alcuni materiali, ugualmente ascrivibili al II sec. a.C. in terracotta da Pieve ad Mensulas presso Sinalunga, sede di un santuario di confine tra il territorio cortonese e chiusino.
La decorazione di qusto sacello impiegava due tipi di antefisse a testa femmenile, il primo con un alto copricapo conico fuoriuscente da un cespo d’acanto, il secondo con un copricapo alato entro un nimbo foliato.
Spicca inoltre una statuetta di Eracle barbato nudo seduto su una roccia che impugna una clava, ispirato all'Eracle Epitrapezio di Lisippo, il cui originale in bronzo sarebbe stato realizzato per Alessandro Magno che lo avrebbe tenuto sul suo tavolo conservato fino alla sua morte. La presenza di tale divinità adombra una specifica vocazione del santuario per la protezione di greggi ed armenti.

 

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© 2006-2007 MAEC Cortona - Ultimo aggiornamento: 07/08/2008