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L'area
santuariale in corso di scavo di via Capitini,
Camucia |
La città era caratterizzata
ormai per la presenza di numerosi santuari civici e
suburbani come nelle altre città etrusche.
Fra i santuari urbani particolare rilevanza assumeva
quello dedicato alla triade capitolina, di solito posto
al centro della città; gli altri si distribuivano
come una sorta di cintura intorno alla cinta muraria
che proteggeva l’acropoli insieme al nucleo urbano;
in particolare essi erano collocati in corrispondenza
delle porte, quest’ultime infatti dovevano essere
particolarmente difese, in quanto punti deboli e suscettibili
di penetrazione all’interno dell’abitato.
I santuari suburbani invece, ben visibili dall’alto
della città, formavano una seconda cintura protettrice
corrispondente ai confini (tular) del territorio
dominato dal nucleo urbano.
In antico il tempio (templum) consisteva nello
spazio assegnato dall’augure al divino, in cielo
e in terra e quindi non era rappresentato solo nell’edificio
sacro, pertinenza esclusiva del dio, bensì dal
terreno che la comunità dedicava alla divinità
perché vi abitasse e che era delimitato da un
recinto sacro (temenos), ove era collocato
l’altare ed entro il quale potevano accedere i
fedeli.
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Particolare del crollo del tetto
dell'area santuariale di via Capitini, Camucia
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Antefissa
con scena equestre
località I Vivai, Camucia |
L’edificio sacro etrusco
di tipo canonico (tuscanico), come ci tramanda Vitruvio,
riprendeva nella maggioranza dei casi, almeno a partire
dalla fine del VI secolo a.C., lo schema della casa
con una parte anteriore provvista di colonne (pronao),
corrispondente all’atrio, ed una posteriore, in
genere tripartita. Esso era cotruito, a sottolinearne
l’eccezionalità sopra un alto podio con
una scalinata frontale di accesso.
Nel centro storico di Cortona, per il sovrapporsi della
città moderna a quella antica non sono conservate,
almeno alla stato attuale della conoscenza, strutture
di edifici sacri in situ anche se indizi della presenza
di un luogo sacro sono stati rinvenuti sotto palazzo
Casali.
L’esistenza, di santuari tuttavia, è attestata
da alcuni oggetti sacri rinvenuti nel tempo.
Due statuette raffiguranti una Culsans
(omologo al latino Giano garante della protezione dello
spazio interno alla città) l’altra Selvans
(il latino silvano dio dei boschi , dei confini e dello
spazio esterno), rinvenute nell’800 davanti alla
porta Bifora, testimoniano, per esempio, la presenza
di un deposito votivo riferibile ad un santuario nei
pressi della porta stessa.
Questo sacello aveva una funzione protettrice nei confronti
dell'ingresso e non a caso sono presenti due dei propylaioi
come Giano e Silvano, protettori una dell’area
interna alla città e l’altra del territorio.
La porta Bifora, in seguito ai recenti scavi, ha mostrato
due fasi, la prima ad un unico fornice, la seconda,
risalente al II secolo a.C,. a doppio fornice, esibendo
una tipologia architettonica, rara in epoca etrusca,
e adottata invece più frequentemente in epoca
romana, per esempio nella porta dei Leoni di Verona,
nella porta Nigra di Treviri e in quella di Nimes.
Ancora una basetta di forma parallelepipeda, nota fin
dal ‘700 e pertinente ad un oggetto non identificabile
con certezza, certifica mediante l’iscrizione
su di essa impressa mi: unial curtun tinscvil
(io sono un oggetto sacro per Uni di Cortona) l’esistenza
di un santuario dedicato appunto a Uni (Giunone).
Alla dea Uni viene conferito in questo caso l’appellativo
di cortonese e questa circostanza ci consente così,
fortunatamente, di venire a conoscenza anche il nome
etrusco della città che è appunto curtun.
Un altro reperto straordinario che ci rivela l’esistenza
di un santuario suburbano è in celebre lampadario
bronzeo di Cortona, uno dei pezzi simbolo di questa
antica polis, ascritto alla seconda metà del
IV secolo a.C. e attualmente esposto nella sezione storica
del museo.
La destinazione sacra del pezzo viene suggerita da una
targhetta iscritta del II sec. a.C. trovata insieme
al lampadario, che rappresenta forse una nuova dedica
alla divinità, in un periodo ormai molto posteriore
alla fabbricazione dell’oggetto da parte della
famiglia Musni.
In Grecia inoltre lampadari in bronzo e addirittura
d’oro, come quello che Callimaco creò per
Atena sull’acropoli, erano collocati nei santuari;
è quindi verosimile che anche il manufatto fosse
posto all’interno di un tempio situato nella piana
cortonese, in una località non più sicuramente
identificabile, in quanto le circostanze di acquisizione
del pezzo mantengono ancora lati oscuri.
Fra i santuari extraurbani e di campagna si annoverano,
quello cui si riferisce un cane bronzeo dedicato a Calu
(esposto nel museo di Firenze) un altro a Peciano, presso
il Mulino Piegai che ha restituito ex voto costituiti
da bambini in fasce connessi forse alla presenza di
un culto delle acque e della fertilità e uno
scarabeo con la figura di Perseo e l'iscrizione pherse,
proveniente dalla zona limitrofa.
Altri sono individuabili sempre sulla base dei rinvenimenti
a Fontocchio e al Campaccio, come testimoniato da un
bronzetto raffigurante un
Grifo con iscrizione dedicatoria a una divinità
anonima.
Da queste due località provengono rispettivamente
2 statuette bronzee di cui una di guerriero citate dal
Gamurrini, e statuette etrusche confluite poi nel Museo
di Leida.
Un ultimo luogo sacro, dedicato a Tece Sans,
è rintracciabile presso il Trasimeno. Ad esso
si riferisce il celebre donario costituit dalla splendida
statua con iscrizione c. d. dell’Arringatore,
che nell’esposizione viene presentata in calco.
Nel territorio limitrofo tra Castiglion Fiorentino e
Arezzo, si possono inoltre identificare altri due culti,
uno dedicato alle divinità femminile Thuflth,
citata nel fegato di Piacenza e in un candelabro
da Montecchio (C.I.E. 446) e l'altro a
Mantr, probabile divinità dell’oltretomba,
il cui nome è presente in un bronzetto da Vitiano
(C.I.E. 447).
L'esposizione
Data la labilità e l’esiguità
delle testimonianze dei santuari civici l’esposizione
è incentrata soprattutto sui materiali di due
santuari extraurbani (da via Capitini e dalla località
Vivai) presenti nall’odierno centro di Camucia,
posto al di sotto della città antica, ove le
ricerche condotte dalla Soprintendenza Archeologica
della Toscana, a partire dagli anni ‘90 hanno
messo in luce edifici databili fra il IV secolo a.C.
ed il III d.C., tra cui per esempio in via Gramsci,
le strutture di una probabile mansio, (I sec.
a.C.- III d.C.).
Questi dati fanno sì che Camucia possa considerarsi
come un vero e proprio vicus di Cortona, posto sulla
antica via Cassia e antenato dell’odierno insediamento.
Il santuario di via Capitini
(area dell’Ex Consorzio Agrario)
Identificato dalla Soprintendenza per i Beni
Archeologici della Toscana per mezzo di ripetute campagne
di scavo svoltesi tra il 2000 ed il 2004 si presenta
come un articolato complesso di due edifici paralleli
(A e B), col medesimo orientamento, separati da una
canaletta per il drenaggio delle acque, costituita da
spallette di blocchi di arenaria squadrati probabilmente
di riutilizzo con un fondo in lastrine di arenaria;
la struttura fu ulteriormente foderata, forse per prevenire
perdite di acqua, con coppi disposti longitudinalmente
con la parte concava verso l’alto.
L’edificio A, a pianta rettangolare irregolare,
costruito con blocchi e lastre di arenaria, consta di
almeno 5 vani,.
Per questa costruzione si sono riconosciute almeno due
fasi di vita, la più antica delle quali è
rappresentata dai vani IV e V, ambedue riutilizzati
- e in parte ricostruiti - anche in una fase successiva
più recente; il vano IV ha restituito alcune
ollette miniaturistiche contenenti fibule e anellini
bronzei, disposte in fila a ridosso di uno dei muri
perimetrali. Interessante anche il ritrovamento, in
prossimità di uno dei muri esterni, di una coppa
etrusca sovradipinta databile alla prima metà
del IV secolo a.C.
Il secondo edificio (B) coevo alla seconda fase dell’
edificio A, è costituito da un muro, in blocchetti
e lastre di arenaria, nel quale si innestano tre e forse
quattro muri divisori formanti delle piccole celle.
Sulla fronte di questo edificio sono state messe in
luce tre basi in pietra recanti un innesto circolare
per colonne, alternate a tre basamenti intonacati, interpretabili
come piccoli altari.
Data la presenza delle basi di colonne è possibile
presupporre che questo edificio fosse munito di un portico
in materiale deperibile, che proteggeva gli altari.
Il
tetto del porticato del quale si è
ritrovato il crollo perfettamente conservato in
situ, doveva essere decorato con elementi coroplastici,
tra i quali si conservano un imbrex a protome
di cavallo ed un altro a protome di grifo, che trovano
qualche analogia con decorazioni acroteriali del Museo
Nazionale di Capua.
Intorno ai piccoli altari erano disposte offerte votive
quali statuette di offerenti in bronzo, fibule, anellini,
monete, vasi miniaturistici, punte di freccia e piccoli
elementi aurei.
Numerosi reperti bronzei sono stati trovati, insieme
a tracce di fuochi, sparsi anche sul piano di calpestio
nell’area antistante l’edificio.
Proprio la presenza di questi oggetti di carattere votivo,
insieme alla tipologia delle strutture, fanno ritenere
che i due complessi avessero una destinazione non meramente
abitativa, bensì di carattere cultuale.
Numerosi reperti bronzei (fibule, anellini, monete,
un colino) sono stati trovati, insieme a tracce di fuochi,
sparsi sul piano di calpestio nell’area antistante
l’edificio.
Si è inoltre individuata, nella zona tra l’edificio
A e la canaletta, una fossa circolare riempita di pietre
e tegole.
Per quanto riguarda la cronologia, i reperti rinvenuti
attestano un’ampia escursione dalla fine del VI
al II sec. a.C., con almeno due fasi di vita relative
agli edifici.
Altri materiali ( ceramica sigillata, monete, vetro
millefiori) indicano una più ampia frequentazione
del sito per tutto il periodo romano), con un termine
ultimo rappresentato da alcune monete votive di Massimiano.
L’interesse di questo complesso è determinato
dal fatto che esso costituisce l’unica testimonianza
rimasta a Cortona di strutture conservate pertinenti
ad un luogo di culto, essendo i santuari cortonesi,
come si è sopra accennato, indiziati solo in
base al ritrovamento di reperti d’uso votivo e/o
da decorazioni coroplastiche.
Il lungo periodo di vita del complesso, lo schema tipologico
articolato, che si discosta dallo schema più
consueto del tempio tuscanico ne fanno un esempio unico
in ambito cortonese.
Allo stato attuale della ricerca risulta però
difficile l’inquadramento tipologico del complesso,
in quanto le indagini non sono ancora state completate
e quelle condotte sono state limitate in estensione
dalla presenza di costruzioni moderne presenti nell’area.
Nell’esposizione della vetrata 12 sono presentati
uno degli elementi di decorazione acroteriale e quattro
bronzetti, uno raffigurante un
offerente femminile con lunga veste di
età tardo arcaica (580-560 a.C.) altri tre offerenti
maschili di età ellenistica (III-II
sec. a.C. che attestano la continuità di culto
nel corso del tempo.
Quanto rimane del santuario in località Vivai,
è frutto di un intervento di emergenza condotto
dalla Soprintendenza tra il 1991 e il 1994.
L’area di scavo si presentava fortemente compromessa
da uno scavo distruttivo e da profondi sbancamenti per
la realizzazione di una lottizzazione.
Sono venuti alla luce, in giacitura secondaria, numerossimi
frammenti di elementi decorativi pertinenti a vari livelli
di riempimento.
Si tratta di reperti fittili da costruzione tegoli coppi
e mattoni associati a frammenti di decorazione architettonica
(antefisse, sime, lastre decorate con lotte fra animali
ed elementi fitomorfi, tra cui una acroteriale con scena
equestre), pertinenti a decorazioni di un probabile
sacello di tipo etrusco italico ascrivibile al II secolo
a.C. in base ai confronti con altri materiali aretini
e chiusini.
Di questo santuario non si sono però ritrovate
tracce dirette, si è individuata una sola struttura
di qualche rilievo e cioé una canalizzazione
con elementi di reimpiego, afferente a possibili costruzioni
che potevano essere presenti nell’area limitrofa
non ancora scavata.
Né quindi si può individuare con esatteza
le caratteristiche del culto che potrebbero essere in
via di ipotesi, salutari, dato che fra i reperti è
presente un frammmenti di ex voto di statuetta
fittile di bambino in fasce.
Nella vetrata12 viene proposta una ricostruzione grafica
della decorazione del tempio che mette a confronto frammenti
di lastre architettoniche originali con lastre architettoniche
ricostruite.
Sono presenti lastre che rivestivano il tetto a doppio
spiovente con frontone aperto, decorate con motivi vegetali
e geometriche.
Lo spazio frontonale doveva prevedere decorazioni a
lastre di cui resta una scena equestre. Le antefisse
che dovevano ricoprire sono per lo più decorate
a stampo e tra esse vi sono una testa feminile con berretto
frigio e, dentro un nimbo di larghe foglie.
Una serie di frammenti architettonici a matrice decorata
da animali potrebbe non essere pertinenti allo stesso
edificio.
Lo stile di queste terrecotte architettoniche, che trova
ampi e stretti confronti con materiali aretini (S. Croce,
via Roma, S. Niccolò, Catona) e chiusini di secondo
secolo, in una sorta di koinè, riflette
un momento in cui in tutta l’Etruria settentrionale
ed in particolare nel territorio aretino e cortonese
si registra un ritrovato benessere economico, tetimoniato
anche dalla costruzione di numerose fattorie un nuovo
fervore edilizio e un generale rifacimento di edifici
pubblici e di culto.
Il resto del materiale è costituito da ceramica
a vernice nera (piatti,ciotolle olpette) destinate alle
pratiche di culto.
L’esposizione si conclude con alcuni materiali,
ugualmente ascrivibili al II sec. a.C. in terracotta
da Pieve ad Mensulas presso Sinalunga, sede
di un santuario di confine tra il territorio cortonese
e chiusino.
La decorazione di qusto sacello impiegava due tipi di
antefisse a testa femmenile, il primo con un alto copricapo
conico fuoriuscente da un cespo d’acanto, il secondo
con un copricapo alato entro un nimbo foliato.
Spicca inoltre una statuetta di Eracle barbato
nudo seduto su una roccia che impugna una clava, ispirato
all'Eracle Epitrapezio di Lisippo, il cui originale
in bronzo sarebbe stato realizzato per Alessandro Magno
che lo avrebbe tenuto sul suo tavolo conservato fino
alla sua morte. La presenza di tale divinità
adombra una specifica vocazione del santuario per la
protezione di greggi ed armenti.
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